Improvvisandomi sommelier, vi consiglio il vino da bere a capodanno.
Il bianco Placido Rizzotto 2006, un vino "fresco, fruttato [...] con buona spinta acida e discreta struttura", si è conquistato l'oscar qualità/prezzo dell'almanacco del Berebene 2008 del Gambero Rosso.
Io l'ho trovato alla Coop al prezzo di 4 Euro e mezzo.
La Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra nasce nel 2001 e inizia la coltivazione di una vasta porzione di terreni confiscati a boss mafiosi come Brusca e Riina, che fino a quel momento erano stati lasciati in totale stato di abbandono. (cantinacentopassi)
Placido Rizzotto, invece, era un sindacalista di Corleone, che aveva avuto una vita dura e che lottava contro la mafia. Spingeva i contadini poveri ad occupare le terre tenute incolte dai boss locali, e chiedeva la concessione in affitto a cooperative di contadini delle terre mal coltivate dai latifondisti.
Placido Rizzotto fu rapito e ucciso dalla mafia nel 1948.
Il vino viene proprio da quelle terre ed è un buon modo di iniziare il 2008, augurandosi che sia migliore per tutti.
Vorrei riuscire a esprimere tutto lo squallore che mi trasmette Lamberto Dini in questi giorni.
Ma la percepisco proprio come fatica sprecata: il numero medio di parole di un post credo che sia superiore al numero di voti che l'hanno portato in parlamento.
Allora mi consolo semplicemente pensando che se il governo Prodi dovesse cadere, almeno non potranno dare la colpa alla sinistra radicale. Piuttosto ai radicali liberi di Dini e della moglie.
Tommaso Buscetta nel 1984 iniziò a svelare i segreti di Cosa Nostra. Un po' alla volta, partendo dalle fondamenta, spiegando i dettagli, portò alla cattura di centinaia di uomini d'onore e all'istruzione del famoso maxi-processo.
Buscetta partì in sordina perché - disse - se avesse mirato troppo in alto, chiamando subito in causa il "terzo livello" e i personaggi più in alto nella politica e nelle istituzioni, nessuno gli avrebbe creduto. E non avrebbero creduto neanche a chi avesse voluto utilizzare quelle dichiarazioni, come Falcone e i magistrati del pool antimafia.
Quando i tempi furono ritenuti maturi i nomi eccellenti iniziarono ad uscire, con i conseguenti rinvii a giudizio, scontri, veleni e interminabili processi.
La triade eccellente che fu indicata da tutti i principali pentiti comprendeva il senatore a vita e più volte presidente del consiglio Giulio Andreotti, il super poliziotto Bruno Contrada, e il Giudice di Cassazione, cosiddetto ammazzasentenze, Corrado Carnevale.
In generale ciò che è emerso dai processi a loro carico - nonostante i vari esiti - non è lusinghiero. Però i mezzi d'informazione e solerti politici di ogni schieramento si sono affannati a lavare ogni macchia dai loro nomi.
Così abbiamo Andreotti considerato ormai un salvatore della patria, Carnevale di nuovo in Cassazione e un iter di grazia accelerato per Contrada.
Senza scendere nel merito delle vicende giudiziarie di ognuno di questi galantuomini, vorrei cercare di capire meglio l'ultima e più recente questione.
La grazia è un provvedimento di clemenza individuale che condona in tutto o in parte la pena inflitta (art.174 c.p.), la sua ratio è generalmente umanitaria ed equitativa. Il concetto stesso di "clemenza" richiama un idea di "perdono" che può essere motivata da varie circostanze storiche o dalla condizione individuale del condannato.
La situazione delle carceri italiane, si sa, non è certo delle migliori: è facile ammalarsi per molti motivi, non ultimo il privamento stesso della libertà. I detenuti che si ammalano sono moltissimi, e molti quelli che muoiono. Non a tutti questi viene concessa la grazia per il semplice fatto di aver perso la salute.
Il codice penale, quindi per rimediare ai casi più gravi, offre un rimedio specifico, il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena: in casi particolari tra cui l'ipotesi di "malattia particolarmente grave" che abbia ridotto la persona in uno "stato incompatibile con lo stato di detenzione", la pena è differita (art.146 cp).
Se si ritiene invece che un processo sia stato in qualche modo truccato, che non siano stati considerati elementi fondamentali o altre ipotesi di simile gravità, è a disposizione lo strumento della revisione del processo (art.629 ss c.p.).
Quindi, se si ritiene che la condanna di Contrada sia frutto di un complotto a suo danno, si chieda la revisione del processo.
Se si ritiene che stia troppo male per stare in carcere, si chieda di sospenderne e rimandarne l'esecuzione.
Si conceda la grazia se si ritiene che Contrada sia colpevole, e che un uomo al vertice dei servizi segreti, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa sia meritevole di perdono da parte dello Stato.

Ho sempre avuto uno spiccato senso del dovere, e anche quando frequentavo il catechismo facevo tutti i compiti con diligenza. Andavo in chiesa il lunedì pomeriggio alle 15.00; l'insegnante era una signora dall'aspetto severo ma dai modi dolci e affettuosi. Ci portava spesso gli zuccherini da mangiare dopo la lezione.
Il prete si chiamava Don Vincenzo: era un bell'uomo sui quarant'anni, vestiva in modo sportivo, spesso con jeans e una semplice camicia nera con il collare bianco; occhi e capelli nerissimi, un bel sorriso. Le signore di una certa età si mettevano tutte in agitazione quando arrivava lui. Spesso si univa ai bambini che giocavano a calcio nel cortile.
La chiesa era sempre piena di giovani, e i canti durante la messa erano organizzati benissimo, gestiti interamente da loro: con chitarre, una tastiera e un paio di ragazze con voci ben allenate. Io sognavo, un giorno, di essere come loro. I chierichetti erano sia maschi che femmine.
A Natale c'erano le recite: ci proponevano testi divertenti, barzellette trasformate in scenette. Una volta mi assegnarono un monologo che in tv aveva fatto (mi sembra) Walter Chiari: avevo una decina di anni e feci una gran fatica ad impararlo tutto, ma ne ricavai un'altrettanto grande soddisfazione.
All'improvviso Don Vincenzo cambiò parrocchia e mi spiegarono con imbarazzo che il motivo era una donna. Lo sapevano tutti da tempo, ma alla fine la cosa era "arrivata alle orecchie del vescovo" e Don Vincenzo era stato allontanato da questa misteriosa amante e da noi parrocchiani. Io non capivo quale fosse il problema: era una persona per bene e il fatto che lui non dovesse aver moglie un po' mi dispiaceva.
Arrivò Padre Marcello: un omone altissimo, enorme, con la faccia rossa e un panzone che teneva tesa la tonaca nera e rischiava di farne saltare i bottoni. Padre Marcello non sorrideva, seguiva anche un'altra parrocchia ed era aiutato da un pretino più giovane ma altrettanto in carne, Padre Raffaele.
Il catechismo fu affidato a quest'ultimo, che non ci portava gli zuccherini e non riusciva a mantenere la disciplina nonostante le minacce; le chitarre furono bandite dalla Chiesa, i ragazzi non poterono più organizzare e provare i canti; la tastiera fu sostituita da un mezzo organo suonato da un'assidua signora; la domenica cantavano solo le vecchine. Solo i bambini maschi potevano fare il chierichetto.
Le recite non dovevano far ridere, ma parlare dei miracoli di Natale con storie strappalacrime. La Chiesa piano piano si svuotò, il gruppo dei ragazzi musicisti cambiò parrocchia.
Io a tredici anni - ricevuta diligentemente la cresima - decisi che l'era del catechismo era finita e che iniziava quella della politica: doveva andare così, e penso che neanche Don Vincenzo avrebbe potuto trattenermi. Ma alcuni dei miei compagni - ci giurerei - furono messi in fuga dalla tonaca nera e dalle proibizioni di Padre Marcello.
Foto Stefano Corso, Roma
"Io non sono come voi, che avete studiato, andate in ufficio, lavorate al computer, non vi sporcate le mani, uscite, rientrate, andate a prendere il caffè al bar. No. Io la mattina quando arrivo alla fabbrica, e lascio la macchina sul piazzale, nell'aria umida dei vapori della notte, e passo davanti alla guardiola del sorvegliante, e vado agli spogliatoi e mi metto la tuta che tengo nell'armadietto verde di metallo, e mi vedo nello specchio, con la giacca dritta di tela blu, sporca di grasso, ogni volta mi riconosco a fatica e mi domando se quello sono proprio io."
Alberto Papuzzi, Quando torni.
(Lettura di un pomeriggio invernale, ricca d'immagini in cui riconosco anche parte di me; un capitolo ispirato agli Amori Difficili di Calvino; alcuni dialoghi che escono diretti dalla testa dell'autore-giornalista e passano dalla bocca a personaggi-sindacalisti-e-non; una vita operaia, ma non delle peggiori; romanzetto piacevole e amaro.)
... io l'ho presa in pieno.

Errata corrige è un imperativo (correggi gli errori!) ed è il titolo di quel testo che consente all'autore o agli editori di evidenziare le mancanze, i frintendimenti, le sviste editoriali di cui si sono accorti (o che qualcuno ha segnalato) dopo la stampa.
Può essere solo un trafiletto, ma può consentire ad un lettore attento di comprendere meglio una notizia, o di accertare un dettaglio. Se poi è stato commesso un errore particolarmente grave, una dichiarazione attribuita alla persona sbagliata, un'accusa infondata, una calunnia, allora il trafiletto fa bene a trasformarsi in un articolo più importante, di smentita.
Ma la dichiarazione di Bertinotti che mi aveva fatto infuriare l'altro ieri, non era scritta sulla carta stampata: compariva in vari articoli di giornali on line (sicuramente Repubblica e La Stampa). All'improvviso è scomparsa dai giornali su cui l'avevo letta, è rimasta un po' nella cache di google, e alla fine ripetendo la ricerca, resta solo sui blog.
Forse quella dichiarazione non è di importanza capitale, ma è comunque indice di un metodo.
E' possibile che Bertinotti non l'abbia detta veramente e che tutti i giornali se ne siano accorti e abbiano prontamente corretto, o che lui - o il suo ufficio stampa - abbia chiesto di farlo.
Oppure è possibile che si sia pentito e abbia sollecitato una silenziosa epurazione della frase infelice.
Comunque a me piacerebbe sapere com'è andata, anche per capire come funzionano queste auto-censure.
E mi viene spontaneo pensare che chi ha sbagliato - sia stato il politico a fare una dichiarazione inopportuna o il giornalista ad inventarsela - sembra non aver avuto nemmeno il coraggio di un'errata corrige.
"La migliore forma di rispetto è il silenzio e non mi pare il caso di fare discussioni politiche", ha concluso Bertinotti.
Invece, guarda un po', a me sembra proprio il caso di fare discussioni politiche.
Io ricorro al silenzio quando c'è un terremoto, un alluvione, un tornado, quando qualcuno muore colpito da un fulmine, quando uno impazzisce e fa una strage in famiglia. E invece, in quei casi, quante puntate di Porta a porta, piene di opinionisti e politici con la faccia contrita e il miserere pronto.
Io tutti i giorni faccio scorrere le cifre di un contatore qui sotto: non è quello dei contatti del blog. E' quello delle morti bianche. Dall'inizio dell'anno ad oggi il bilancio (aggiornato con i dati dell'Osservatorio sulle condizioni di lavoro) è di 989 morti e 24.748 invalidi.
Così, ogni giorno, è uno stillicidio. Oggi i giornali ne parlano solo perché la morte ha colpito in modo spettacolare e pirotecnico a Torino.
La questione è drammaticamente politica. E grida in faccia all'ipocrisia di chi ha ancora il coraggio di fregiarsi di una falce e martello, mentre relega i rapporti di lavoro nell'ambito dei dibattiti sull'economia e le morti bianche tra le tragedie famigliari.
Sugli altri, poi - da Confindustria ai fan della flessibilità necessaria - non aggiungo niente: cosa vuoi che siano più di mille morti all'anno se non piccoli incidenti sulla strada dell'incremento della produttività?
Update: Repubblica.it ha cambiato l'articolo da cui avevo preso la dichiarazione di Bertinotti: è tutto uguale ma la frase infelice è scomparsa. Si trova ancora qui. Sorge il dubbio: l'avrà detto davvero? avrà ritrattato? Le mie considerazioni, comunque, restano.
Proviamo a capire qualcosa dell'emendamento sulle discriminazioni che si cerca di inserire nel "pacchetto sicurezza".
L'emendamento, che fa tanto discutere e agitare la senatrice Binetti, il Ministro Mastella e altre componenti del cosiddetto centrosinistra, intende modificare l'art.3 della Legge 654 del 1975.
Questa legge, oltre ad accogliere nel nostro ordinamento la Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, prevede:
- la reclusione fino ad un anno e sei mesi o una multa per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
- la reclusione da sei mesi a quattro anni per chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per gli stessi motivi.
(Da notare che la versione originaria del 1975 non prevedeva tra le tipologie di discriminazione quella fondata su motivi di religione, che fu opportunamente introdotta nel 1993.)
Con la modifica in discussione oggi, questa legge verrebbe ulteriormente integrata con un riferimento all'art.13 del Trattato istitutivo della Comunità Europea, come modificato nel 1997.
Infatti, con il Trattato di Amsterdam, l'Europa evolve il concetto di discriminazione, portandolo a comprendere le differenze di: sesso, razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, handicap, età e tendenze sessuali.
La nuova formulazione della legge italiana del 1975, quindi, prevederebbe:
- fino a 3 anni di carcere per chi incita a commettere o commette atti di discriminazione secondo la definizione del Trattato di Amsterdam;
- la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi incita a commettere o commette atti di violenza per motivi discriminatori.
E' di questo che stiamo parlando, quindi: adeguare o meno la legislazione nazionale al concetto di discriminazione che l'Italia ha già dichiarato di condividere con l'adesione al Trattato di Amsterdam.
Questo non significa che possa diventare reato l'opinione di chi si dichiara contrario all'adozione da parte di coppie gay nell'ambito di una discussione seria sui criteri di valutazione dei requisiti per l'ammissione all'istituto dell'adozione. Punire la discriminazione non significa punire il dibatitto sulle differenze.
Significa ammettere un concetto di discriminazione più ampio e condiviso a livello europeo. Significa iniziare ad affermare che è necessario riconoscere ad ogni individuo il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale, al pari della propria religione o opinione politica.
Spesso si dimentica che insieme agli ebrei (discriminazione sulla base della religione e della razza), ai comunisti e dissidenti (opinioni), ai rom (nazionalità) e agli handicappati, le leggi razziali colpivano anche gli omosessuali (tendenze sessuali).
Update: l'errore contenuto nel testo non è tanto quello di aver sbagliato numero dell'articolo, ma indicazione del trattato. Se uno di quelli che ne dovrebbe sapere più dei blogger passa da qui, tenga conto che è sufficiente cambiare - come avevo fatto io - "Trattato di Amsterdam" con "Trattato istitutivo della Comunità Europea".
Inoltre, l'obiezione sulla differenza della vincolatività dei Trattati e delle direttive (immagino che per delibere questo intendano) è vuota di senso.
Andiamo a casa, sciogliamo le camere, sciogliete il PD e la cosa rossa con quel simbolo orribile.
Ripartiamo da capo, rileggiamo Gramsci, facciamo leggere Pasolini ai giovani.
Abbandoniamo il governo, facciamo un'opposizione dura e pura, toglietevi la cravatta, smettetela di prendeci in giro. Pensiamo ai temi del lavoro, curiamoci dei poveri di qualsiasi nazionalità, torniamo in piazza, diventiamo seri.
Bertinotti - che ogni tanto si scorda di essere Presidente della Camera - vaneggia e imputa ad altri un fallimento che è anche suo.
Mastella e la Binetti s'impuntano perché rivendicano il diritto di essere omofobi per se stessi e per il Santo Padre.
A me la politica è sempre piaciuta, nel momento del confronto e in quello dello scontro. Mi coinvolge la passione delle idee, la fatica dello studio e della riflessione come presupposto per una dialettica fondata.
Ma così non è politica, è solo squallido esercizio del potere.
Preferirei perderle le prossime elezioni, davvero.
Preferirei fare un'opposizione di quelle serie.
Ma almeno a testa alta. E con altra gente.