La campagna elettorale è un momento terribile: un corteggiamento parolaio che dura mesi e dimostra quanta poca considerazione i politici abbiano del proprio elettorato.
Talvolta penso che abbiano ragione loro a sottostimare l'intelligenza degli italiani. Lo penso quando leggo che sono i più poveri e precari, i meno istruiti e le casalinghe a votare a destra.
E' un dato che per me è fonte di frustrazione, perché la scomparsa delle classi sociali è percepita come un fatto ormai da tutti: le classi non esistono più, siamo tutti uguali, il padrone e l'operaio; abbiamo lo stesso interesse: il bene dell'azienda e dell'Italia.
Io mi permetterei di avere qualche dubbio sul fatto che un saldatore e il presidente della Fiat possano trarre beneficio dalla stessa politica economica e sociale, ma so di essere in minoranza...
Nell'opinione della maggioranza i precari si devono rallegrare all'idea che andrà al governo qualcuno che crede nella religione della flessibilità e insegue il consenso confindustriale.
Sicuramente avrete visto i due video politicamente raccapriccianti (pdl e pd) con gli inni non ufficiali dei partiti. Mi piace osservare le persone che sono state scelte e i mestieri che fanno. Entrambi i filmati fanno pesante riferimento al mondo del lavoro, per far capire che quella che vogliono è un'Italia produttiva, allegra, che lavora.
E allora da entrambe le parti si vedono operai, barbieri, fornai, e fantastiche operatrici di call center.
E sono tutti felici: felici perché "menomale che Silvio c'è" e perché "con Walter si può fare".
Felici nel loro precariato, felici perché questi partiti non cambieranno niente della loro condizione contrattuale, felici perché vivono la flessibilità del mercato...
A casa mia, quando uno è troppo spensierato e non si rende conto delle cose che vanno a rotoli, gli si dice "beato te, che non capisci niente"...
Beati noi italiani...
Ieri sera stavo seguendo BBC World News, in particolare un breve servizio sul film di un giovane regista americano che parla della vita "dopo" il genocidio in Rwanda: una pellicola girata con un budget ridotto e per la prima volta in lingua Kinyarwanda.
La mia mente era sintonizzata da un'ora sulle frequenze della bbc e su quei livelli di informazione e approfondimento. Ma, ahimé, la mia scheda video interrompe le trasmissioni sul canale BBC World dalle 21.00 alle 22.00, quindi all'improvviso è caduto il collegamento.
Non volevo fare zapping per vedere cosa ci fosse sugli altri canali, ma ho sbagliato comando sulla tastiera, e la tv si è spostata sulle frequenze di Rai2. Dove c'era il TG2.
Il passaggio è stato repentino: dalla faccia simpatica del regista newyorkese, si è materializzato il faccione di Giuliano Ferrara, che, in chiusura di un servizio, invocava la "moratoria sull'aborto cinese".
Lo shock di tanto contrasto mi ha paralizzato per un attimo, sufficiente a farmi intuire il lancio di un servizio-intervista a Magdi Allam...
Son traumi, eh...
... quando è stato chiaro che avreste rispettato anche questa volta l'impegno a non risolvere il conflitto d'interessi e a lasciare invariato l'assetto del sistema televisivo.
...quando avete abbandonato il già morbido progetto dei pacs, in seguito al "non possumus" vaticano.
...quando avete votato una legge d'indulto che includeva reati economici, finanziari, fiscali e contro la Pubblica amministrazione, reati contro l'ambiente e quelli contro la sicurezza del lavoro. E il voto di scambio mafioso.
... quando, mentre la barca affondava, avete trovato il coraggio di applaudire il discorso vergognoso di Mastella.
... quando avete detto che le contestazioni al pontefice "fanno male alla democrazia e alla libertà".
... quando avete fatto un accordo sul welfare che piaceva a Montezemolo e non alla FIOM.
...quando Veltroni ha cavalcato l'onda xenofoba contro i rumeni.
Da più parti si chiede il boicottaggio delle Olimpiadi perché la Cina non rispetta i diritti umani, in prticolare per la repressione dei tentativi di indipendenza del Tibet.
Siamo bravi, noi occidentali, a mostrarci severi quando si tratta di rimproverare la mancata concessione di diritti che - a noi - non costano niente.
Nel 2006 il governo cinese propose una legge per la regolamentazione del diritto del lavoro, che prevedeva l'obbligo per tutti di stipulare contratti regolari, l'introduzione di un salario minimo, la regolamentazione della rappresentatività sindacale e un tentativo di stabilizzazione della durata dei contratti di lavoro.
La Camera di Commercio americana in Cina e, seppur più defilata, anche la Camera di Commercio europea si sono opposte a questa riforma, sostenendo che queste norme avrebbero causato un aumento del costo del lavoro.
Le imprese occidentali sono arrivate a minacciare la Cina di spostare le loro aziende in paesi dove il costo del lavoro era più basso!
La vicenda è stata riportata dai giornali americani e ed è arrivata fino al Congresso: alcuni membri hanno scritto una lettera al presidente Bush per chiedere di prendere le distanze dalla posizione delle corporations.
Le lobbies delle multinazionali, nonostante la pressione delle organizzazioni internazionali per la tutela del lavoro, sono riuscite ad ottenere un alleggerimento della legge che è entrata in vigore il 1 gennaio 2008, privata di molte delle norme che avrebbero dato maggiore stabilità e sicurezza al lavoro del popolo cinese.
Da queste parti non si è parlato di tutto ciò (il resoconto dell'intera vicenda in inglese è qui*), forse perché conviene dire che, per essere competitivi, bisogna essere flessibili come i cinesi...
... anche se il lavoro non regolamentato fa - nel paese delle olimpiadi - più di 100.000 morti all'anno: ma sono operai, contano anche meno dei tibetani.
(*Cit. da Luciano Gallino in Il lavoro non è una merce, Laterza 2007)