A lungo, sentendo parlare di skinheads, ho pensato solo a gruppi di teste rasate con svastiche disegnate ovunque, ideologie nazi-fasciste, razzismo e violenza.
Poi conobbi un ragazzo con la testa rasata, il bomber, gli scarponi, le bretelle e le magliette Fred Perry: era gentile, intelligente, sorrideva spesso, anche se in modo un po' malinconico, studente modello, lavoratore preciso e volenteroso.
Si lamentava della politica dicendo quasi tutto quello che pensavo io, era contro la guerra e votava a sinistra con il naso tappato.
Aveva qua e là simboli strani, come quello della sharp, un elmo troiano di cui non conoscevo il significato, e che mi sembrava molto aggressivo. Poi però aveva amici di colore e si mostrava tollerante verso tutto e tutti.
Questo, potete capire, non tornava affatto con la mia idea di skinhead: più osservavo il suo aspetto e meno capivo il suo comportamento!
Poi scoprii che mi mancava un pezzo della storia degli skinheads, ed era proprio quello più importante, che spiegava anche l'abbigliamento e la dolcezza dei modi dietro l'aspetto rude di quel ragazzo.
Il movimento skinhead è nato in Inghilterra alla fine degli anni '60 nell'ambiente sottoproletario giovanile. Originariamente non era caratterizzato politicamente, ma aveva connotati essenzialmente sociali: l'appartenenza alla classe operaia, un certo modo di vestire che rivendicava l'appartenenza al mondo del lavoro, la musica come strumento di espressione e aggregazione, valori di fratellanza e antirazzismo...
Solo successivamente il movimento skin ha preso connotazioni specifiche e si è politicizzato, producendo varie correnti, fino ai cosiddetti naziskin (White power skinheads) che niente hanno a che vedere con il movimento operaio antirazzista delle origini.
I naziskin, pur essendo una frangia in palese contraddizione con il movimento originario, monopolizzano l'attenzione dei media con azioni violente e xenofobe di chiara matrice neo-nazista: tra i tanti misfatti, insomma, si sono appropriati anche di un nome che non appartiene loro.
Purtroppo, la maggiore e nefasta visibilità dei gruppi di estrema destra attira pregiudizi anche su persone che tutto sono fuorché razziste o nazi-fasciste, che guardano ancora all'ideale di una società di uguali, e che vedono come fumo negli occhi quegli estremisti che loro chiamano con disprezzo boneheads.
Questo solo per dire quanto parziale sia la nostra informazione e per invitarvi a dare un occhiata a quelle pagine che ho linkato o a questo mini-documentario girato nel 1995, all'indomani dell'uccisione di un tifoso genoano da parte di un giovanissimo tifoso milanista.
Onestamente io continuo a capire poco anche delle varie correnti di sinistra, degli influssi musicali, delle diversità tra paese e paese, del loro rapporto con la violenza e con la politica. Continuo a prendere con le molle certi simboli, a sentirli distanti dal mio modo di fare politica e di manifestare le opinioni.
Però, visto che l'argomento è di nuovo alla ribalta - dato che cinque delinquenti nazifascisti hanno ammazzato un ragazzo - mi sembrava utile un piccolo contributo per non fare di tutta l'erba un... fascio.
Ma soprattutto perché se incontrate uno skinhead che legge il Manifesto e si dispera per il risultato delle ultime elezioni parlando con un punk e un senegalese non pensiate, come avevo fatto io, di essere finiti nel mondo capovolto!