La storia di Stefano Cucchi almeno per oggi è sulla prima pagina dei principali giornali italiani. Alcuni paragonano correttamente questa vicenda l'omicidio di Federico Aldovrandi, altri chiamano in causa il caso Sandri.
Tuttavia l'uccisione del tifoso all'autogrill non è assimilabile al pestaggio di Cucchi, Aldovrandi, Bianzino, Lonzi e tanti altri: sia chiaro che non parlo di gravità del fatto, ma di contesto, circostanze e modalità.
Le morti di Stefano, Federico e degli altri ragazzi sono legate da un inquietante filo rosso di assonanze che va oltre la somiglianza terribile dei loro corpi straziati da una morte violenta.
È forse la percezione della fragilità dei diritti di cui erano - e siamo - portatori a restituirmi un'immagine di loro come persone delicate, innocue e, a costo di ripertermi, fragili. Basta vedere il corpo magrissimo di Stefano, epilettico e anoressico, o le foto di famiglia di Federico, praticamente un bambino, o ascoltare le descrizioni della vita di agricoltore di Aldo, con una compagna malata, che è morta quest'anno, una mamma anziana a un figlio piccolo.
O forse è il motivo per cui sono finiti tra le mani dei loro assassini che li accomuna: storie di droga per consumo personale e niente più.
Magari è il modo in cui sono morti che li unisce nella mia mente fino a renderli protagonisti di un fenomeno terribilmente sinistro e pericoloso: sono stati uccisi di botte, hanno le ossa rotte, i volti tumefatti, abrasioni ovunque.
Forse è il mandante ad essere lo stesso: uno stato forte con i deboli e debole con i prepotenti. O lo spirito che ha animato gli esecutori materiali: la voglia di dare una lezione a questa gente che non sa stare al mondo, problematica, indifesa, che si azzarda a mettere in discussione una proibizione, anche se solo sulla propria pelle.
O forse è solo che queste persone, così profondamente fragili, non sopportano quello che per i piccoli criminali è un trattamento di routine.
Update: dicevo della routine....