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lunedì, 23 giugno 2008

the power to be different


Senza cattive intenzioni nei confronti del Tibet, sia chiaro.

Tuttavia questa pubblicità (oltretutto di un prodotto di lusso) mi sembra di una paraculaggine estrema.

Ve lo immaginate Richard Gere che prende la sua macchinona e da Hollywood va in Sudan? Sì, vabbè, c'è una crisi umanitaria, ma quelli sono neri e si ammazzano tra loro. Inoltre c'è un sacco di siccità e la macchina mica ti arriva lucida in quel modo.

Il Tibet invece è in montagna e ci sono i bambini monaci: fa chic, soprattutto per il contrasto cromatico neve - porpora della tonaca. Ora il popolo tibetano va di gran moda. Qualcuno vada a suggerire agli altri popoli di aumentare il loro appeal, e magari la pubblicità di un prodotto dietetico se l'aggiudica il Darfur.

PS: e poi sull'indipendenza, si sa, noi occidentali siamo così: Cecenia no, Tibet sì, Irlanda del nord no, Kosovo sì, Paesi baschi no. Sul Kurdistan invece aspettiamo di capire come fare per il petrolio.
postato da: klochov alle ore 23:52 | link | commenti (7)
categorie: politica, africa, diritti umani, oriente
sabato, 24 maggio 2008

il sonno della ragione

El_sueño_de_la_razón_produce_monstruosFunziona così: che la disperazione esplode e la paura che gli altri siano colpevoli della nostra miseria risveglia istinti animali. Il sonno della ragione, si sa, genera mostri.

Le immagini che arrivano in questi giorni dal Sud Africa ritraggono persone povere che uccidono e seviziano altre persone povere. Ho visto in un filmato il linciaggio di un uomo dello Zimbabwe: ragazzi in tuta e ciabatte lo picchiavano con lunghi pali sulla schiena e sulla testa. Mi sono tornate in mente le immagini di un film del 1989, "Un'Arida Stagione Bianca" in cui si parlava di apartheid.

Le vittime delle violenze di questi giorni in Sud Africa sono gli stranieri, provenienti da Zimbabwe, Mozambico, Nigeria, Somalia. Il paese è una meta di immigrazione da tutto il continente, e molti stranieri trovano occupazione nelle numerose miniere, ma i più preparati anche nelle fabbriche e nel settore dei servizi.

I sudafricani più poveri percepiscono gli stranieri da un lato come ladri di posti di lavoro, dall'altro imputano specialmente agli immigrati dallo Zimbabwe la responsabilità per la crescita della criminalità nel paese.

Il presidente Thabo Mbeki invita a fermare la violenza xenofoba, ma non fa niente per favorire l'accoglienza di immigrati in fuga da zone di guerra o regimi autoritari, legittimando ufficialmente i loro governi e non riconoscendo le questioni umanitarie che portano alla fuga verso il Sud Africa.

Le istituzioni e la società civile condannano le violenze, ma la distanza tra la ragionevolezza e la paura, tra l'accoglienza e la disperazione è incolmabile.

La distanza tra Ponticelli e Johannesburg non è molta.

Il mondo mi sembra sembra sempre più popolato di mostri, mentre tutti dormiamo, preoccupati del nostro ombelico.
postato da: klochov alle ore 16:42 | link | commenti (6)
categorie: politica, africa, diritti umani
venerdì, 28 marzo 2008

traumi informativi


bbcIeri sera stavo seguendo BBC World News, in particolare un breve servizio sul film di un giovane regista americano che parla della vita "dopo" il genocidio in Rwanda: una pellicola girata con un budget ridotto e per la prima volta in lingua
Kinyarwanda.

La mia mente era sintonizzata da un'ora sulle frequenze della bbc e su quei livelli di informazione e approfondimento. Ma, ahimé, la mia scheda video interrompe le trasmissioni sul canale BBC World dalle 21.00 alle 22.00, quindi all'improvviso è caduto il collegamento.

tg2Non volevo fare zapping per vedere cosa ci fosse sugli altri canali, ma ho sbagliato comando sulla tastiera, e la tv si è spostata sulle frequenze di Rai2. Dove c'era il TG2.

Il passaggio è stato repentino: dalla faccia simpatica del regista newyorkese, si è materializzato il faccione di Giuliano Ferrara, che, in chiusura di un servizio, invocava la "moratoria sull'aborto cinese".
Lo shock di tanto contrasto mi ha paralizzato per un attimo, sufficiente a farmi intuire il lancio di un servizio-intervista a Magdi Allam...

Son traumi, eh...
postato da: klochov alle ore 19:46 | link | commenti (12)
categorie: politica, religione, africa, informazione
giovedì, 13 marzo 2008

mille e cinquecento vite


Rwandan_Genocide_Murambi_skulls

La storia del genocidio ruandese è di quelle che fanno rabbrividire e interrogarsi sulla follia umana.

In quel delirio che portò al massacro di quasi un milione di persone in tre mesi, le responsabilità occidentali sono enormi: la stessa divisione tra Tutsi e Hutu, le etnie coinvolte nel genocidio, è quasi interamente frutto del metodo di governo colonialista "divide et impera". L'atteggiamento dei governi europei ed americano nei confronti degli eventi del 1994 ha oscillato tra l'indifferenza e la complicità.

Il Ruanda oggi è un paese che deve ricostruire se stesso e trovare il bandolo della matassa dopo eventi mostruosi e inconcepibili. L'occidente oggi si rammarica di quegli eventi e continua a fuggire dalle sue responsabilità.

La vicenda di Padre Athanase Seromba, condannato all'ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, è emblematica. (un'ottima ricostruzione qui)

L'accusa è semplice: il sacerdote avrebbe "accolto" nella sua parrocchia un enorme gruppo di Tutsi in fuga dai massacri. Poi li avrebbe rinchiusi e dato ai "cacciatori" il permesso di abbattere la chiesa (nonché alcuni consigli per rendere più efficace l'azione), ottenendo in un sol colpo la morte di 1500 persone.

All'indomani dei massacri, la chiesa ruandese ha protetto la fuga del sacerdote e l'ha mandato al sicuro in Italia, dove il sacerdote ha gestito parrocchie ed è stato ospite della curia fiorentina sotto falso nome.

Il Tribunale Penale Internazionale, riuscito a rintracciarlo, ne ha chiesto l'estradizione per il crimine di genocidio. Ma l'Italia, con l'allora ministro della giustizia Castelli e Presidente del Consiglio Berlusconi ha opposto ripetuti rifiuti. Il sacerdote, così, ha continuato a vivere indisturbato con la protezione dell'Italia e del Vaticano.

Dopo numerose pressioni a livello internazionale da parte del Tribunale, delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e altre, il Vaticano ha acconsentito, dietro alcune rassicurazioni, a consegnare Padre Seromba alla giustizia.

Non mi scandalizzo certo del fatto che ai massacri abbiano partecipato anche dei religiosi: di questo m'interessa poco o niente.

La vergogna è tutta nei nostri governi perbene e occidentali che, lungi dal riconoscere le proprie responsabilità, si adoperano per coprire la latitanza di criminali accusati (e condannati) per genocidio.

In particolare l'Italia è sempre disponibile quando si tratta di acconsentire alle richieste del Vaticano. Sempre a tutela della vita, eh.
postato da: klochov alle ore 20:59 | link | commenti (7)
categorie: politica, religione, giustizia, africa, diritti umani
giovedì, 03 gennaio 2008

il machete e il fiammifero

Machete_knife_blade
Il Kenya è meta di vacanza per molti europei: spiagge, parchi nazionali, villaggi turistici, grandi alberghi con piscina. Ma in questi giorni si è guadagnato - per un po' - l'attenzione dei giornali per gli scontri successivi alle elezioni politiche: da domenica si contano circa 300 morti e decine di migliaia di sfollati.

Alla comparsa dei machete tra le mani dei manifestanti anti-governativi tutti evocano lo spettro del genocidio ruandese: non solo gli osservatori internazionali, ma anche i protagonisti delle elezioni, il presidente uscente Kibaki e il suo sfidante Odinga, che si accusano a vicenda.

Lo scontro è passato rapidamente dalla politica alla questione etnica: il presidente Kibaki, accusato di brogli, fa parte dell'etnia maggioritaria Kikuyo, mentre Odinga appartiene ad un gruppo di minor potere - i Luo - stanziati nelle aree più povere del paese.

Il concetto di violenza tribale risveglia un pregiudizio tutto occidentale sull'arretratezza del selvaggio continente africano.

Il pregiudizio però non considera che spesso, e
in tempi relativamente recenti, i diversi gruppi etinici sono stati aggregati in stati nazionali in modo totalmente arbitrario dalle potenze coloniali.
Gli occidentali, inoltre, tendevano ad accentuare le differenze culturali tra etnie pacificamente conviventi, e dividerle in classi sociali anche economicamente distanti, per meglio controllare tutta la popolazione.

Quando migliaia di persone degli slums mancano di acqua e cibo, vivono nelle discariche in totale povertà e abbandono, se si fornisce loro un capro espiatorio, magari un gruppo etnico vicino, ma mediamente più benestante, non è questione di arretratezza, ma di avvicinare un fiammifero acceso ad una polveriera.
postato da: klochov alle ore 22:39 | link | commenti (6)
categorie: politica, africa, diritti umani, informazione
lunedì, 05 novembre 2007

guarda che l'ho scritto io

bayQualche tempo fa comprai un libro da un ragazzo senegalese che mi aveva fermato davanti alla Feltrinelli di Pisa.

Avevo fretta, dovevo rientrare a lavoro e non mi potevo fermare.
"Guarda che questo libro l'ho scritto io!" mi aveva detto.
Non gli avevo dato ascolto: l'avevo comprato e basta.
Probabilmente non gli avevo creduto, e nel complesso mi sembrò deluso, nonostante i 10 euro che gli avevo lasciato.

La sera, in treno, mi misi a leggere quel libricino:
Il mio viaggio della speranza, di un certo Bay Mademba, edito da Bandecchi e Vivaldi.

Era la storia di un immigrato senegalese, una delle tante tra quelle che ragazzi e uomini si portano dietro dalla loro terra.

Dopo un paio di pagine l'avevo già riconosciuto: era davvero il ragazzo della Feltrinelli! Inconfondibili gli accenni alla sua grossa corporatura, al suo modo di vestire, a Pisa, e ai negozianti vicini che lo aiutano.

Così ho imparato che esistono cooperative che permettono agli immigrati di regolarizzare la propria posizione con contratti di collaborazione. (Ad esempio il Gruppo Come e Terre di Mezzo) (un articolo interessante anche qui)

Ho imparato anche altro: e ho deciso cercarlo per scusarmi della fretta con cui l'avevo liquidato, e fargli i complimenti per il libro.

Con il tempo ho comprato quasi tutti i titoli che ha. Io continuo a essere di fretta, ma
quando ci vediamo gli chiedo sempre come sta la sua famiglia, e ci promettiamo di andare a prendere un caffè, quando lui non dovrà lavorare e io non dovrò correre.
postato da: klochov alle ore 19:09 | link | commenti (5)
categorie: libri, africa, io
lunedì, 15 ottobre 2007

un politico onesto

sankaraIl 15 Ottobre del 1987, moriva Thomas Sankara.

Era il presidente del Burkina Faso, un stato dell'Africa Subsahariana, il cui nome in lingua burkinabè significa Terra degli Onesti.

Fu socialista e antimperialista, ma soprattutto riuscì a dare speranza e buon esempio al suo popolo.

Lottò contro la corruzione e i
privilegi: vendette le auto blu, adottando per sè e i ministri delle utilitarie.

Lottò per la
dignità del suo popolo e per l'uguaglianza: promosse la riforestazione, l'accesso all'acqua potabile per tutti, la sanità e l'istruzione pubbliche.

Lottò per la
parità tra i sessi: incluse le donne nel governo, condannò l'infibulazione e la poligamia, promosse la contraccezione per prevenire l'AIDS.

Lottò contro la
guerra e per la pace tra i popoli africani, contro il commercio di armi e contro il rimborso del debito contratto con i paesi sviluppati e il FMI.

Fu ucciso all'età di 38 anni da un commando di militari che obbedivano agli ordini suo amico e compagno di governo, l'attuale presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré; crivellato di colpi, fu gettato insieme ad altri 11 componenti del governo in una fossa comune.

Sankara era troppo avanti per il mondo del 1987.
Sono passati 20 anni:
Sankara era più avanti anche del mondo di adesso.
postato da: klochov alle ore 18:51 | link | commenti (5)
categorie: politica, libri, africa, diritti umani
sabato, 29 settembre 2007

baratri

Nell'incontro avvenuto ad Aprile tra il Papa e i vescovi del Mozambico, sono state ribadite le priorità pastorali: sostegno concreto alla famiglia e strenua difesa della vita, che si concretizzano nell'impegno a contrastare un progetto di legge del governo mozambicano per legalizzare l’aborto.

Il progetto di legge nasce dalla necessità di porre un freno all'aborto clandestino, che contribuisce in modo drammatico a mantenere nel paese un tasso di mortalità materna tra i più alti al mondo.

In questi giorni l'Arcivescovo della capitale mozambicana, Francisco Chimoio, ha dichiarato alla BBC che due stati europei fornirebbero preservativi infetti dal virus dell'HIV ai paesi africani per diffondere la malattia e sterminare così la popolazione africana...

Quando ho letto la notizia ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un baratro.

Il pensiero ottimista è che sia un baratro di ignoranza.
Il pensiero pessimista è che sia un baratro di malafede.
postato da: klochov alle ore 18:42 | link | commenti (6)
categorie: politica, religione, africa, diritti umani
domenica, 16 settembre 2007

make some noise

darfurIl Darfur è una regione del Sudan al confine con il Ciad.
Per chi, come me, avesse problemi di geografia, il Sudan è uno stato enorme che confina a nord con l'Egitto.
La popolazione è araba, cristiana e animista.

La storia di questo territorio è lunga e segnata da invasioni e sfruttamenti. Fin dagli inizi del '900 le risorse del Darfur non furono destinate principalmente al suo sviluppo, ma a quello della Valle del Nilo, l'area del Sudan in cui si concentravano gli investimenti della Gran Bretagna, stato colonizzatore.

La divisione tra la popolazione araba e non araba in parte deriva da questo periodo, e dal tentativo di sfruttare un'ostilità indotta per attribuire la colpa del mancato sviluppo direttamente alla popolazione.

Nel Febbraio del 2003 le forze ribelli che accusano il governo di Karthum di favorire gli arabi e penalizzare la popolazione non araba, hanno rivendicato un attacco ad un quartier generale militare: da lì è iniziato il conflitto tra i ribelli e l'esercito.

Vista la difficoltà di reprimere la rivolta, il governo sudanese ha deciso di servirsi dei cosiddetti Janjaweed, i "demoni a cavallo". Sono miliziani non inquadrati ufficialmente nell'esercito, ma ad esso collegati e soprattutto riforniti di armi.

Il metodo utilizzato dai Janjaweed è quello di distruggere i villaggi non arabi, dandoli alle fiamme;  violentare donne; massacrare gli abitanti, compresi i bambini, se non sono fuggiti in tempo. Le tecniche utilizzate sono assimilabili al genocidio ruandese o alla pulizia etnica jugoslava.

Gli abitanti dei villaggi a rischio di attacco stanno fuggendo verso il Ciad, ma i Janjaweed si spingono anche oltre i confini sudanesi per distruggere i campi profughi. Ne sono derivati scontri con l'esercito ciadiano e attacchi ai villaggi del Ciad orientale.
Nel 2005 il Ciad ha dichiarato di essere in uno "stato di guerra" con il Sudan.

L'intervento umanitario che l'Onu sta cercando di portare avanti insieme all'Unione Africana è particolarmente difficile. E' difficile il rapporto con il governo sudanese che appoggia i janjaweed; è difficile portare aiuti umanitari nelle zone colpite e nei campi profughi. Ma si può fare di più.

Quantificare il numero di morti e sfollati è difficile.
Le stime vanno da 200.000 a 450.000 morti. Gli sfollati sarebbero circa due milioni.

Oggi è il "Global Day For Darfur".
Una cosa che possiamo fare è cercare di capire quello che sta succedendo, parlarne, informare le persone e, come dice Amnesty International, "make some noise".
postato da: klochov alle ore 12:42 | link | commenti (8)
categorie: politica, africa, diritti umani
martedì, 17 luglio 2007

...e infine lavarsi le mani

La vicenda delle 5 infermiere bulgare condannate a morte in Libia è molto intricata.

I fatti di cui sono ritenute responsabili insieme ad un medico palestinese sono terribili: avrebbero intenzionalmente infettato con il virus HIV centinaia di bambini (426) ricoverati nell'ospedale pediatrico di Bengasi.

La motivazione sarebbe la volontà di sterminio del popolo libico, in un'azione coordinata da CIA e Mossad...

Le perizie di due autorevoli esperti - Vittorio Colisi e Luc Montagnier - depongono a favore dell'innocenza degli imputati, sostenendo che i contagi, iniziati prima del loro arrivo, sarebbero da attribuire alle condizioni igieniche disastrose dell'ospedale.

E' difficile per il governo libico ammettere una simile situazione delle proprie strutture sanitarie, e inoltre la questione si gioca anche sulle relazioni tra il paese nordafricano e l'Europa.
L'impressione è quella che le infermiere e il medico siano rimasti vittime di un meccanismo perverso e di un gioco politico più grande di loro.


logoA tal proposito una piccola riflessione sulla pena di morte.

Il crimine di cui sono accusate queste persone è gravissimo.
I genitori dei bambini hanno "rinunciato a chiedere la pena capitale" in cambio di un risarcimento.
Che la richiesta della pena fosse disponibile alle persone offese è quantomeno indice di una concezione della legge penale come strumento di vendetta.

E' probabile che gli imputati siano innocenti.
La pena di morte si presta ad abusi irrimediabili che discendono direttamente dalla sua natura: la pretesa autoritaria di uno stato di essere legittimato a dare la morte.

postato da: klochov alle ore 22:59 | link | commenti
categorie: politica, giustizia, africa, diritti umani