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venerdì, 12 dicembre 2008

dialogo e sciopero

C'era una volta la concertazione, un modo di relazionarsi tra governo e parti sociali che prevedeva incontri diretti a trovare accordo sui temi principali di politica economica e fiscale, sul mercato del lavoro, la previdenza sociale, ecc.

In alcuni momenti delicati dell'economia italiana, i sindacati uniti e soprattutto i lavoratori con i loro sacrifici, hanno dato un aiuto fondamentale per tenere sotto controllo fenomeni inflazionistici, e a prevenire o invertire la tendenza verso crisi ormai avviate.

Già il precedente governo Berlusconi dichiarò superato questo modo di lavorare; nel famoso libro bianco si leggeva che doveva ritenersi impossibile per "il modello concertativo degli anni novanta affrontare la nuova dimensione dei problemi economici e sociali".

Venne promosso così un nuovo metodo, quello del "dialogo sociale", che tradotto in italiano significa "parlate pure, tanto poi il governo fa comunque ciò che vuole".

Il famoso Patto per l'Italia del 2002 fu firmato da CISL e UIL, lasciando fuori la CGIL che nel frattempo portava avanti una protesta fatta anche di momenti storici come la manifestazione del 23 marzo contro l'abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Qualche tempo dopo vidi Pezzotta, allora segretario CISL, ringhiare contro il governo che in piena coerenza con il modello del dialogo sociale decideva di attuare il Patto per l'Italia a modo suo, ovvero solo nelle parti vantaggiose per il governo e Confindustria.

Sono passati 6 anni, e siamo di nuovo al punto di partenza, solo che i sindacati sono ancora più deboli, la congiuntura economica decisamente più rischiosa, la Confindustria di Marcegaglia più aggressiva di quella di Montezemolo, e il governo Berlusconi 2008 più pericoloso di quello del 2001.

Cisl e Uil incontrano di nascosto Berlusconi a Palazzo Grazioli, e io oggi ho aderito allo sciopero indetto dalla sola CGIL.

Sia chiaro, nessuno pensa che abbia senso scioperare contro una crisi economica; quello su cui possiamo incidere è la gestione della crisi, o meglio potremmo farlo se ce ne dessero la possibilità.
postato da: klochov alle ore 15:32 | link | commenti (1)
categorie: politica, lavoro
martedì, 23 settembre 2008

effetti concreti

Cara amica che sei arrivata qui cercando "cosa posso fare si me hanno costretta a firmare la letera de licenziamento en estato di gravidanza",

sei straniera immagino, e le cose non devono essere molto semplici per te.

Sembra che ti colleghi da Firenze, ma chissà. Se dovessi ripassare da questo blog, l'unico consiglio concreto che posso darti è di cercare aiuto alla sede di un sindacato: per la Toscana puoi trovare alcuni indirizzi cliccando qui.

Immagino anche che non sarai iscritta a nessuna associazione sindacale, ma non ti preoccupare: prova a chiedere lo stesso e troverai qualcuno che ti spiegherà cosa puoi fare e magari ti aiuterà a farlo. Non aver paura perché non hai assolutamente niente da perdere o da temere.

Ricordati che il fatto di aspettare un bambino aumenta i tuoi diritti, non li diminuisce.

Se ti hanno fatto firmare la lettera solo adesso
, le tue dimissioni per essere valide devono essere prima controllate da un ufficio pubblico, dove potrai far valere le tue ragioni.
Se ti avevano fatto firmare la lettera di dimissioni al momento dell'assunzione, dovrai dimostrare che era in bianco e che sei stata costretta ad aggiungere dopo la data, ma non è troppo difficile.

Ricorda comunque che, a seconda del contratto che avevi, anche se non riuscissi a recuperare quel lavoro, il datore di lavoro ti dovrà dare un po' di soldini, che fanno sempre comodo.

In bocca al lupo per tutto.

---

A tutti gli altri che stanno leggendo, se avessero scordato la questione della riforma del modulo di dimissioni volontarie di Sacconi, consiglio di tornare a leggere un mio vecchio post.
postato da: klochov alle ore 18:24 | link | commenti (5)
categorie: politica, lavoro
lunedì, 30 giugno 2008

danni all'immagine

Un sabato mattina di due anni fa, alla Umbria Olii morirono 4 operai in un'esplosione.
Le quattro vittime erano il titolare e i dipendenti di una piccola impresa che stava eseguendo, in appalto, la costruzione di alcune parti di una struttura.

Stavano lavorando intorno ad un silos che era pieno di gas esplosivi: accesero una macchina saldatrice che non dovevano utilizzare e saltò in aria tutto, compresi loro. Il bilancio fu pesantissimo: 4 morti, 1 ferito, danni enormi all'azienda e alle strutture vicine.

Oggi leggo che la Umbria Olii ha presentato una richiesta di risarcimento ai familiari delle vittime e al quinto operaio superstite, stimando i danni in Euro 35.316.456,66. La colpa sarebbe degli operai e della loro imperizia causata da "stanchezza e fretta, visto che era sabato".

Alla fine dell'articolo che ho linkato potete leggere il commento di uno degli avvocati dei familiari delle vittime alla linea assunta dalla difesa della Umbria Olii: parla di "
azione irrituale e comunque infondata", considerazioni da condividere in pieno per quanto mi riguarda, con esito della lite auspicabilmente prevedibile.

Leggendo l'atto di citazione vedo che gli avvocati della Umbria Olii, tra l'altro, chiedono alle mogli e ai figli delle vittime anche 2 milioni di Euro per "i danni creati all'immagine dell'azienda".

Chissà se il padrone della Umbria Olii si è chiesto quanti danni d'immagine avrebbe creato questo semplicissimo atto di citazione rimbalzato sulle pagine di tutti i giornali, e che tornerà a fare notizia al momento della sentenza...

Per l'esplosione è abbastanza ovvio che si tratta di un tragico incidente di cui la magistratura dovrà accuratamente individuare le responsabilità.
 
Ma sulla richiesta di 35.316.456,66 Euro a vedove e orfani, anche se realisticamente l'ha concepita l'avvocato, ci sta la firma del titolare dell'impresa e spero che sia consapevole che sarà lui a metterci la faccia, e l'azienda a impegnare il nome. Se questa la ritiene una buona pubblicità...
postato da: klochov alle ore 23:37 | link | commenti (5)
categorie: politica, lavoro
sabato, 28 giugno 2008

informazione intermittente sul lavoro

Sacconi è uomo di parola: l'aveva detto e l'ha fatto.

Aveva detto che avrebbe eliminato la procedura telematica per la presentazione delle dimissioni volontarie, e l'ha fatto. Sotto la voce "semplificazioni", è ovvio. Vorrei far notare che la procedura (gratuita) era interamente a carico del lavoratore dimissionario, ovvero della stessa persona a beneficio della quale era stata prevista la norma.

Aveva detto che avrebbe reintrodotto il lavoro intermittente e l'ha fatto. Tra l'altro sempre sotto la voce "semplificazioni": a me sfugge dove sia la semplificazione nella meccanica reintroduzione di norme abrogate sei mesi fa.

Il lavoro intermittente, peraltro, non aveva riscosso nemmeno un grande successo tra le imprese, forse perché tutto sommato la sua disciplina non era tanto semplice, né ben fatta. Basta guardare un documento
di confindustria che riportava i risultati di un'indagine svolta tra gli imprenditori all'indomani dell'introduzione di queste forme contrattuali.

E allora, perché Sacconi l'ha voluta nuovamente nel nostro ordinamento?
Lui dice "per
regolarizzare gli spezzoni lavorativi nei servizi come la ristorazione". Già, forse perché le piccole imprese agroalimentari erano tra le poche ad aver introdotto la possibilità di farvi ricorso.

Il lavoro intermittente funziona così: il datore di lavoro chiama il dipendente solo quando ne ha bisogno. Nei periodi che possono essere anche lunghi in cui il lavoratore sta a casa ad aspettare la chiamata, gli corrisponde solo una piccola indennità.

La ciliegina sulla torta di quel contratto, secondo me, sta nel fatto che se il lavoratore "disponibile" si ammala mentre sta aspettando la chiamata, deve avvertire il datore di lavoro, che a sua volta provvederà... a sospendere il pagamento dell'indennità finché dura la malattia.
Se non comunica l'indisposizione in anticipo sulla chiamata, il lavoratore perderà - per punizione - 15 giorni di indennità, anche se è stato malato solo un giorno. (Art.36 comma 4, 5 e 6 D.Lgs.276/2003)

Così è se vi pare. Ma non ne parlano in giro. O forse il caldo mi distrae e non me ne accorgo...

Ah, peraltro: qualcuno si ricorda chi è il ministro del welfare del PD ombra?
Qualcuno sa dirmi di cosa si stia occupando al momento?
postato da: klochov alle ore 10:47 | link | commenti (5)
categorie: politica, lavoro, informazione
venerdì, 20 giugno 2008

dimissioni volontarie: liberare il lavoro

La signorina Maria, giovane e carina, viene assunta dalla cartoleria Rossi per fare la cassiera.

Il signor Rossi è sicuro che Maria sia un'ottima ragazza, e comunque se dovesse trovarla a rubare dalla cassa o se il lavoro diminuisse tanto da non aver più bisogno di lei, potrebbe licenziarla tranquillamente.

Tuttavia, dato che ora ha il suo posticino di lavoro, la ragazza potrebbe decidere di sposarsi e magari tra un paio d'anni di avere un bambino. A quel punto inizieranno i problemi: la gravidanza, i mesi di aspettativa, e poi Maria qualche volta dovrà restare a casa se il bambino prenderà l'influenza.

Allora il signor Rossi dirà: "Senti Maria, lo so che sei una brava figliola, ma sai come vanno queste cose... non ce ne sarà sicuramente bisogno, però prima di firmare il contrattino con cui ti assumo, firma questa letterina di dimissioni."

"Ma come?! Mi fa licenziare prima di assumermi?"

"Ma nooo, figurati! Però sai: se ci fossero dei problemi... insomma, io mi fido di te, ma non si sa mai. Bisogna che la firmi, cara, altrimenti io non sto tranquillo e non ti posso assumere: mi capisci, no?"

"Capisco, ma lo sa che io sono una ragazza onesta! E poi la lettera di dimissioni avrà la stessa data del contratto di lavoro??"

"Ma no, sciocchina! La data non ce la mettiamo. Ce la aggiungeremo eventualmente dopo".

E Maria, che ha bisogno di un lavoro, firmerà prima la lettera di dimissioni e poi il contratto di lavoro.

---

La storiella appena raccontata è un esempio di lettera di dimissione in bianco.

Dal 15 Marzo il governo di centro-sinistra ha introdotto una nuova disciplina per le dimissioni volontarie: i lavoratori dipendenti per licenziarsi devono compilare un modulo che possono scaricare dal sito del ministero o avvalersi di un centro di assistenza abilitato.

Il sistema rilascia un modulo protocollato che riporta una data, registrata ovviamente anche negli archivi del ministero. Le dimissioni volontarie in carta libera, non sono più valide.

Il sistema aveva lo scopo di rendere carta straccia la lettera in bianco firmata dalla signorina Maria.

Ieri il ministro Sacconi ha presentato il suo progetto di riforma, che si chiama Liberare il lavoro. Tra le novità rubricate come "semplificazioni" leggo: abrogazione dell’obbligo delle dimissioni volontarie su modulo del Ministero del Lavoro.

Se il signor Rossi il 15 marzo non aveva gettato via con stizza la lettera di Maria divenuta inutile,
tra un po' potrà usarla davvero: lei, tutta felice, ha saputo che aspetta un bambino e si sposerà in gran fretta con il fidanzato di sempre.
Chissà se ricorda quella lettera che aveva firmato 3 anni fa...

Update:
l'ha promesso e l'ha fatto.
postato da: klochov alle ore 23:08 | link | commenti (16)
categorie: politica, lavoro
lunedì, 12 maggio 2008

straordinario sindacale

Non so se qualcuno ricorda che lo scorso ottobre i lavoratori sono stati chiamati ad esprimersi su un accordo tra governo e sindacati.

Io, con la mia tesserina CGIL in tasca, votai no, come la FIOM, nonostante le indicazioni del sindacato generale, che con poche riserve, ci disse che era un buon accordo: tra i motivi della mia contrarietà c'era quello dell'abolizione della contribuzione aggiuntiva sul lavoro straordinario.

Eppure, i colleghi e i sindacalisti mi dicevano: "Ma che fai? Vuoi far cadere il governo Prodi!?" e qualcuno difendeva il provvedimento nel merito.

Il cosiddetto accordo di Luglio, che Epifani firmò insieme ai segretari di CISL e UIL, prevedeva tra le altre cose di eliminare un contributo che le imprese con più di quindici dipendenti versavano all'INPS per ogni ora di straordinario pagata ad un proprio dipendente; il versamento era commisurato alle dimensioni dell'impresa ed era progressivo rispetto alla quantità delle ore di straordinario utilizzate.

La ratio del provvedimento era quella di diminuire il costo del lavoro straordinario per le imprese e incentivarne l'uso. Per fare questo l'INPS rinunciava a un gettito diretto al Fondo prestazioni temporanee, ovvero il fondo con cui vengono pagati, ad esempio, i lavoratori in cassa integrazione.

Questo, per me, era male. Anche perché l'incentivo all'uso dello straordinario è una forma di incoraggiamento alla flessibilità, rende conveniente la stipula di contratti a tempo parziale e in generale è un disincentivo a nuove assunzioni. Tra l'altro non un euro in più finiva direttamente in tasca ai lavoratori: il risparmio era tutto delle imprese. Infine
l'INPS non è notoriamente un ente che naviga nell'oro.

Tremonti in questi giorni ha proposto la detassazione degli straordinari per i lavoratori dipendenti: questo dovrebbe significare - uso il condizionale finché non ci sarà qualche proposta più concreta - che il guadagno proveniente dal lavoro straordinario non rientrerà nel reddito imponibile IRPEF.

L'immediata e percepibile conseguenza sarà un innalzamento del reddito del lavoratore che effettua prestazioni oltre l'orario lavorativo previsto nel suo contratto: ma l'impatto negativo sul gettito fiscale (se non ho sbagliato i conti) sarà più forte di quello dell'operazione precedente.

La mia posizione su defiscalizzazione e detassazione di straordinari, incentivi ecc. non è cambiata di una virgola, dal momento che i danni nel medio periodo saranno superiori ai vantaggi immediati.
La CGIL sembra adesso condividere il mio punto di vista sulla questione.

Non so... forse dovremmo avere tutti un po' più di coerenza e coraggio, a prescindere dal colore del governo insediato...

PS: muovere queste critiche alla CGIL mi costa molta fatica, ma per coerenza...
postato da: klochov alle ore 21:48 | link | commenti (10)
categorie: politica, lavoro
venerdì, 11 aprile 2008

promemoria per domenica 13 aprile


L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
postato da: klochov alle ore 17:04 | link | commenti (3)
categorie: politica, lavoro, x - politiche 2008
venerdì, 04 aprile 2008

marchandeur


Lo "sweating system" è un sistema di organizzazione del lavoro che prevede l'intervento tra il datore di lavoro e il dipendente di una terza figura, un intermediario che riceve gli ordini dal padrone e cerca per lui i lavoratori disposti alle paghe più basse.

Se ne iniziò a parlare nell'Inghilterra di fine '800, anche sulla spinta dei moti francesi del '48, che avevano prodotto una legge repressiva di quello che loro chiamano "marchandage", l'interposizione illecita tra padrone e operaio.

Sewing2 Un funzionario inglese chiamato a descrivere la figura del marchandeur, rispose così:
"Credo che sia impossibile dare di questo termine una definizione scientifica; esso implica tre idee sufficientemente chiare.
- La prima è quella di un uomo che sfrutta il povero,
- la seconda è quella di un uomo che non fornisce né capitali né organizzazione, né speculazione e ciononostante trae un profitto;
- la terza è l'idea dell'intermediario"*

In Italia questa forma di organizzazione si chiamava caporalato.

Oggi la riprovazione che si provava un tempo per lo sfruttamento dei lavoratori più deboli sta diminuendo. Con la somministrazione di lavoro e alcune novità in materia di appalti di lavoro, forme soft di caporalato sono entrate nella legalità.

Ma basta guardarsi intorno per vedere che il vecchio caporalato esiste ancora, indisturbato e sotto gli occhi di tutti. O pensiamo che alle sette di mattina i muratori che stanno in attesa ai bordi delle strade stiano ad osservare il traffico?


(*Schloss, les mode du remuneration du travail, 1902 - Tradotto da Oronzo Mazzotta in Rapporti interpositori e contratto di lavoro, Giuffré 1979)
postato da: klochov alle ore 11:20 | link | commenti (7)
categorie: politica, lavoro
martedì, 18 marzo 2008

tibet e lavoro

Da più parti si chiede il boicottaggio delle Olimpiadi perché la Cina non rispetta i diritti umani, in prticolare per la repressione dei tentativi di indipendenza del Tibet.

Siamo bravi, noi occidentali, a mostrarci severi quando si tratta di rimproverare la mancata concessione di diritti che - a noi - non costano niente.

Nel 2006 il governo cinese propose una legge per la regolamentazione del diritto del lavoro, che prevedeva l'obbligo per tutti di stipulare contratti regolari, l'introduzione di un salario minimo, la regolamentazione della rappresentatività sindacale e un tentativo di stabilizzazione della durata dei contratti di lavoro.

La Camera di Commercio americana in Cina e, seppur più defilata, anche la Camera di Commercio europea si sono opposte a questa riforma, sostenendo che queste norme avrebbero causato un aumento del costo del lavoro.

Le imprese occidentali sono arrivate a minacciare la Cina di spostare le loro aziende in paesi dove il costo del lavoro era più basso!

La vicenda è stata riportata dai giornali americani e ed è arrivata fino al Congresso: alcuni membri hanno scritto una lettera al presidente Bush per chiedere di prendere le distanze dalla posizione delle corporations.

Le lobbies delle multinazionali, nonostante la pressione delle organizzazioni internazionali per la tutela del lavoro, sono riuscite ad ottenere un alleggerimento della legge che è entrata in vigore il 1 gennaio 2008, privata di molte delle norme che avrebbero dato maggiore stabilità e sicurezza al lavoro del popolo cinese.

Da queste parti non si è parlato di tutto ciò  (il resoconto dell'intera vicenda in inglese è qui*), forse perché conviene dire che, per essere competitivi, bisogna essere flessibili come i cinesi...

... anche se il lavoro non regolamentato fa - nel paese delle olimpiadi - più di 100.000 morti all'anno: ma sono operai, contano anche meno dei tibetani.


(*Cit. da Luciano Gallino in Il lavoro non è una merce, Laterza 2007)
postato da: klochov alle ore 23:31 | link | commenti (7)
categorie: politica, libri, lavoro, oriente
domenica, 09 marzo 2008

il vero significato dell'otto marzo

mimosaCena in pizzeria l'otto marzo; molte donne in giro, ma noi siamo un gruppo misto.

Entriamo nel locale già pieno di persone e io mi fermo a parlare con una ragazza che conosco, seduta ad un tavolo all'ingresso.

Entra dietro di me anche una giovane di qualche collettivo: capelli rasta raccolti con cordini colorati, gonna lunga, borsa floscia, piercing sul volto e volantini in mano. Ne lascia uno ad ogni tavolo e uno a me che sono ancora in piedi: parlano del "vero significato dell'otto marzo".

La ragazza al tavolo sembra apprezzare e sorride alla freak; poi mi spiega che è a cena con le colleghe. Sono appena uscite da un turno serale e lei è un po' stanca, ma hanno colto l'occasione per uscire tutte insieme. Alcune di loro lavorano e studiano, il giorno dopo si sveglieranno presto.

La saluto e mi sto allontanando; la ragazza "alternativa" che ha portato i volantini ci passa di nuovo accanto per uscire, e rivolta al tavolo ornato di mimose sibila "STRONZE", intendendo che mangiare una pizza insieme l'8 marzo è da maledette borghesi inconsapevoli.

Esito un attimo per vedere cosa succede: la ragazza con cui parlavo sgrana gli occhi, si alza, si lancia alla porta e le urla dietro "STRONZA SARAI TE".

Io vado a sedermi con il mio gruppo di amici; la mia simpatia, inutile dirlo, va alla ragazza al tavolo e alle sue colleghe. Solo un po' di compassione per la studentessa freak che il giorno dopo andrà pigramente a lezione, e che mi lascia l'impressione che - se c'era qualcuno che aveva bisogno di capire il "vero significato dell'otto marzo" - era proprio lei.
postato da: klochov alle ore 21:41 | link | commenti (13)
categorie: politica, lavoro, io