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Ieri sera Marco Travaglio era ospite di Fazio a Che tempo che fa: parlava dell'informazione e diceva che alcune notizie vengono taciute dai giornalisti della tv e della carta stampata per non dispiacere ai politici.
Adesso che pdl e pd si sono messi in ottica di tarallucci e vino, ovviamente, le notizie che spariscono sono la maggior parte.
Travaglio ha citato come esempio alcuni rapporti che Schifani ha avuto con persone di dubbia integrità. Non se l'è inventato in quel momento, non è uno scoop, non è una novità: è già scritta su un libro (qui il brano riportato sul suo blog) quindi, in teoria, non è la prima volta che la questione viene all'attenzione del pubblico. Questo, in estrema sintesi, quello cui Travaglio alludeva:
Schifani è stato socio con Enrico La Loggia della società di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell'imprenditore Benny D'Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Questo non rientra nella sfera dell'opinabile: sta scritto su documenti pubblici e accessibili a tutti quei giornalisti che non hanno dimenticato il singificato della parola. Schifani non smentisce per un unico motivo: non può smentire.
Leggendo i giornali di oggi, lo scandalo è che quel fatto sia stato riportato durante una trasmissione che ha buoni ascolti. Finché viene scritto in un libro, pazienza: tanto il popolo bue non legge, guarda solo la tv.
Travaglio è stato un genio: ha dimostrato con i fatti quello che stava dicendo.
Nessuno parla del merito della questione, ovvero che il presidente del senato ha fatto affari con mafiosi, parlano tutti del fatto che non se ne doveva parlare.
Insomma: Travaglio può scrivere quanti libri vuole, tanto si rivolge al solito pubblico tendenzialmente informato. L'importante è che non venga a raccontare quelle cose in programmi televisivi troppo popolari: la tv la vede la maggioranza degli italiani...
Essenzialmente è sempre un problema di share...
Non so perché trafitto
da tante lacrime sogguardo
quel gruppo di ragazzi allontanarsi
nell'acre luce di una Roma ignota,
la Roma appena affiorata dalla morte,
superstite con tutta la stupenda
gioia di biancheggiare nella luce:
piena del suo immediato destino
d'un dopoguerra epico, degli anni
brevi e degni d'un'intera esistenza.
Li vedo allontanarsi: ed è ben chiaro
che, adolescenti, prendono la strada
della speranza, in mezzo alle macerie
assorbite da un biancore che è vita
quai sessuale, sacra nelle sue miserie.
E il loro allontanarsi nella luce
mi fa ora raggricciare di pianto:
perché? Perché non c'era luce
nel loro futuro. Perché c'era
questo stanco ricadere, questa oscurità.
Sono adulti, ora: hanno vissuto
quel loro sgomentante dopoguerra
di corruzione assorbita dalla luce,
e sono intorno a me, poveri uomini
a cui ogni martirio è stato inutile,
servi del tempo, in questi giorni
in cui si desta il doloroso stupore
di sapere che tutta quella luce,
per cui vivemmo, fu soltanto un sogno
ingiustificato, inoggettivo, fonte
ora di solitarie, vergognose lacrime.
(Pier Paolo Pasolini, Lacrime da "La Ricchezza" 1955-1959)
Quando sono in treno ho la sensazione di essere nel mondo reale. Mi spiego meglio: i treni, le stazioni, come i porti, per definizione sono crocevia dell'umanità e l'attesa connaturata al viaggio dà l'occasione, grazie anche alla vicinanza coatta con gli altri, di osservare persone, gesti e cose.
Io cerco di farmi i fatti miei, ma non mi riesce mai del tutto. Ieri ad esempio leggevo un piacevole romanzo, e di fronte avevo un ragazzo vestito casual ma ricercato, con una valigetta di pelle.
La valigetta era nuovissima, infatti aveva quell'odore intenso della pelle appena lavorata, e ho pensato che fosse fresco di laurea. Leggeva un libro di critica letteraria e prendeva appunti. Fresco di laurea in lettere, magari. A lato i classici turisti americani, con la lonely planet di Firenze.
Ad ogni viaggio si accumulano personaggi, brandelli di storie che s'indovinano o racconti urlati nel cellulare per sovrastare il rumore del ferro sulle rotaie.
Così, mi faccio distrarre volentieri e alzo la testa dal libro, perché mi sembra di averne davanti uno ancor più significativo: il libro del mondo, con parole cangianti e nessuna scrittura*...
Ieri, lasciando il ragazzo con la valigetta e i turisti americani ho dovuto cambiare treno. La nuova carrozza, di quelle lunghissime simili - ma solo per dimensioni - all'eurostar, era abbastanza vuota e una distintissima signora in tailleur parlava al cellulare inseguendo la linea e un posto in cui stare isolata.
Era una candidata sindaco di qualche città o paese, e parlava al telefono con un giornalista. Parlava di par condicio, con voce impostata, dettagliava i suoi spostamenti, si scandalizzava per alcune dichiarazioni, si profondeva in continui "ma io ringrazio lei".
Poi è arrivata una vecchina, con un borsone, e si è seduta vicino alla candidata, che se n'è andata infastidita mormorando al giornalista qualcosa contro gli spazi informativi concessi al PDL.
Io, con la testa nascosta dietro al mio libro, avevo l'impressione che questa fosse l'ennesima dimostrazione di come i politici fanno di tutto, meno che leggere il libro del mondo, da cui tanto avrebbero da imparare.
*Khorakane, F.De André, Anime Salve.
Da più parti si chiede il boicottaggio delle Olimpiadi perché la Cina non rispetta i diritti umani, in prticolare per la repressione dei tentativi di indipendenza del Tibet.
Siamo bravi, noi occidentali, a mostrarci severi quando si tratta di rimproverare la mancata concessione di diritti che - a noi - non costano niente.
Nel 2006 il governo cinese propose una legge per la regolamentazione del diritto del lavoro, che prevedeva l'obbligo per tutti di stipulare contratti regolari, l'introduzione di un salario minimo, la regolamentazione della rappresentatività sindacale e un tentativo di stabilizzazione della durata dei contratti di lavoro.
La Camera di Commercio americana in Cina e, seppur più defilata, anche la Camera di Commercio europea si sono opposte a questa riforma, sostenendo che queste norme avrebbero causato un aumento del costo del lavoro.
Le imprese occidentali sono arrivate a minacciare la Cina di spostare le loro aziende in paesi dove il costo del lavoro era più basso!
La vicenda è stata riportata dai giornali americani e ed è arrivata fino al Congresso: alcuni membri hanno scritto una lettera al presidente Bush per chiedere di prendere le distanze dalla posizione delle corporations.
Le lobbies delle multinazionali, nonostante la pressione delle organizzazioni internazionali per la tutela del lavoro, sono riuscite ad ottenere un alleggerimento della legge che è entrata in vigore il 1 gennaio 2008, privata di molte delle norme che avrebbero dato maggiore stabilità e sicurezza al lavoro del popolo cinese.
Da queste parti non si è parlato di tutto ciò (il resoconto dell'intera vicenda in inglese è qui*), forse perché conviene dire che, per essere competitivi, bisogna essere flessibili come i cinesi...
... anche se il lavoro non regolamentato fa - nel paese delle olimpiadi - più di 100.000 morti all'anno: ma sono operai, contano anche meno dei tibetani.
(*Cit. da Luciano Gallino in Il lavoro non è una merce, Laterza 2007)
Passando da L'Aia, in vacanza, aspettavo con trepidazione la visita alla galleria Mauritshuis, per trovarmi finalmente di fronte alla Veduta di Delft di Vermeer.
O meglio volevo trovarmi di fronte ad un piccolo lembo di muro giallo [...] dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d'arte cinese, d'una bellezza che poteva bastare a se stessa.
Volevo notare i piccoli personaggi in blu, e che la sabbia era rosa e - infine - la preziosa materia del minuscolo lembo di muro giallo.
Lo cercavo per capire come Marcel Proust fosse arrivato scrivere pagine come questa ne La prigioniera:
Quello che si può dire è che tutto, nella nostra vita, avviene come se vi fossimo entrati con un fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non vi è nessuna ragione nelle nostre condizioni di vita su questa terra, perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati o anche soltanto educati, né perché un artista ateo si senta obbligato a ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un'ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer.
Tutti questi obblighi che non trovano sanzione nella vita presente, sembrano appartenere ad un mondo diverso, fondato sulla bontà, lo scrupolo, il sacrificio, un mondo totalmente diverso da questo, e dal quale usciamo per nascere a questa terra prima forse di tornarvi a rivivere sotto il dominio di quelle leggi sconosciute cui abbiamo obbedito perché ne portavamo l'insegnamento dentro di noi senza sapere chi ve le avesse tracciate - quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo dell'intelligenza e che rimangono invisibili (e chissà, poi?) agli sciocchi. Così l'idea che Bergotte non fosse morto per sempre non ha il carattere dell'inverosimiglianza.
Lo seppellirono ma per tutta la notte prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate sembrando per colui che non era più, un simbolo di resurrezione.
Non lo trovai quel piccolo lembo di muro giallo: non capii proprio a quale punto del quadro si riferisse Proust, e non mi consolai con il fatto di essere, nella mia incapacità, in buona compagnia...
Ad Amsterdam, poi, passai dal Rijksmuseum e per un attimo, perdendomi nel biancore lucido del rivolo di latte che scende dalla brocca della Lattaia, ebbi l'impressione di aver visto anche io il mio piccolo lembo di muro giallo, che spiegava tutto il senso di quella bellezza che può bastare a se stessa.

La traduzione della Prigioniera è di Giovanni Raboni per Mondadori.
...e grazie a baffo che, con le sue foto, mi ha fatto tornare in mente Rotterdam e le altre mete di un viaggio olandese.

Oggi per errore mi hanno fatto attraversare il mercatino di libri usati sotto il Waterloo Bridge: per rimediare all'errore hanno dovuto impedirmi di batterlo a tappeto e spendere una fortuna.
Comunque, tra le altre cose, al prezzo di 4 pound porto come bottino "What then must we do?", di Tolstoj.
Edizione Oxford University Press, anno 1936. Con dedica, of course: D.Y.B. Edgar, May 1938.
Sono soddisfazioni.
Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza. [...] Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia.
(Benedetto XVI, Spe salvi)
...
Sono di un paese vertiginoso dove la lotteria è parte principale della realtà; fino ad oggi, pensai così poco ad essa come alla condotta degli dei indecifrabili o del mio cuore. Ora, lontano da Babilonia e dai costumi che amo, penso con qualche stupore alla lotteria, e alle congetture blasfeme che mormorano nel crepuscolo gli uomini velati.
Mio padre raccontava che anticamente - anni addietro? secoli? - la lotteria fu a Babilonia un gioco di carattere plebeo. Diceva (se sia vero non so) che i barbieri distribuivano, in cambio di monete di rame, rettangoli d'osso o di pergamena ornati di simboli. Il sorteggio si faceva di giorno: i favoriti ricevevano, senz'altra convalida del caso, delle monete d'argento coniate. Come vedono, il procedimento era elementare.
Naturalmente, queste lotterie fallirono. La loro virtù morale era nulla. Non si rivolgevano a tutte le facoltà dell'uomo: solo alla sua speranza. Aumentando l'indifferenza del pubblico, gli affaristi che avevano fondato queste lotterie venali cominciarono a perdere il denaro.
Qualcuno tentò una riforma: l'interpolazione di poche sorti avverse tra il numero di quelle favorevoli. In virtù di questa riforma, gli acquirenti di rettangoli numerati si mettevano al duplice azzardo di riscuotere un premio e di pagare una multa a volte ingente. Questo tenue rischio (per ogni trenta numeri favorevoli ve n'era uno disgraziato) risvegliò com'è naturale, l'interesse del pubblico. I babilonesi si dettero in massa a questo gioco.
[...] La Compagnia (così si cominciò allora a chiamarla) dovette vegliare sugli interessi dei vincitori, che non potevano riscuotere i premi se mancava nelle casse l'importo quasi totale delle multe.
S'intentarono processi ai perditori che non pagavano: il giudice li condannava al pagamento della multa e delle spese, o a qualche giorno di carcere. Tutti, pur di defraudare la Compagnia, optarono per il carcere. Da questa bravata di alcuni nacque l'onnipotenza della Compagnia - il suo valore ecclesiastico, metafisico.
[...] Per inverosimile che appaia, nessuno aveva ancora tentato una teoria generale dei giochi. Il babilonese è poco speculativo. Accetta i dettami del caso, gli affida la propria vita, la propria speranza, il proprio terrore, ma non gli accade di investigare le sue leggi labirintiche, le sfere giratorie che le rivelano.
[...] La Compagnia, con modestia divina, evita ogni pubblicità. I suoi agenti, com'è naturale, sono segreti; i comandi ch'essa impartisce incessantemente (forse infinitamente) non differiscono da quelli che s'arrogano gli impostori. (Jorge Luis Borges, La Lotteria a Babilonia)
Dico la mia, con cautela, sulla presenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino.
Premesso che la politica dell'attuale governo di quel paese è criminale, non credo che la situazione si risolva non ospitando Yehoshua, Amos Oz o Grossman nel contesto di un evento culturale.
In occasione della presenza di autorità politche israeliane, sarebbe una buona idea organizzare manifestazioni e iniziative di protesta (come sarebbe opportuno anche nei confronti di rappresentanti di altri paesi che violano apertamente i diritti umani, dagli Stati Uniti all'Iran.)
Questo perché criticare quel governo è necessario: è troppo grave quello che sta accadendo al popolo palestinese.
Ma sbagliare metodo e obiettivo è pericoloso: la strumentalizzazione da parte dei potenti annienta il dissenso.
Questa estate, mentre correvo verso la stazione con uno zaino pesante sulla schiena, mi fermò un giovincello con la scusa di un sondaggio per una libreria.Oh, be', come dire di no, anche se ho fretta?
Il ragazzo, chili di gel sui capelli e pantaloni con il cavallo basso, mi chiese quale fosse l'ultimo libro che avevo letto.
Purtroppo titubai. Sì perché il ragionamento che mi passò per la testa fu il seguente:
"Ho letto" presuppone la fine del libro? Nel qual caso l'ultimo libro che ho finito di leggere in effetti è stato Un uomo senza patria di Kurt Vonnegut, ieri pomeriggio, tutto d'un fiato.
Ma se intende l'ultimo libro di cui ho letto una pagina, sarebbe più corretto rispondere l'Iliade che non ho terminato in vacanza.
Però nello zaino ho Poteri Forti di Ferruccio Pinotti che dovrei iniziare in treno oggi stesso una volta finita l'Iliade. Ma forse leggerò il solito meridiano di Borges, foderato con carta di giornale, tipo Bibbia, che non finirò mai visto che lo leggo proprio per avere il senso d'infinitezza...
Ma ovviamente non dissi questo e semplicemente titubai.
Il ragazzino mi catalogò nella sua rubrica mentale sotto la voce idioti che non sanno nemmeno rispondere "no grazie" e mi fanno perdere tempo, e provò pietosamente ad aiutarmi:
Forse ha letto il Codice da Vinci? (ehm... no, ma ce l'ho in casa, davvero...) O l'ultimo di Wilbur Smith (cosa??? quel fascista?) Federico Moccia? (ma davvero ho la faccia di chi legge "scusa se ti chiamo amore"???)
Così dissi con un po' d'imbarazzo: "No, guarda, l'ultimo libro, effettivamente, è l'Iliade..." e lui aggiunse nella sua rubrica mentale "l'ultimo libro l'ha letto a sedici anni, sto sprecando fiato".
E comunque, poveretto, voleva solo vendermi una tessera dell'Euroclub mica mettermi in difficoltà.
Quando dico che bisogna fare una cosa alla volta... Menomale che almeno non persi il treno.
A settembre la Birmania è improvvisamente arrivata sulle prime pagine dei giornali per la protesta pacifica e fortissima dei monaci tibetani.
Io - cinicamente mio malgrado - ho pensato a quanto fosse effimera la partecipazione emotiva dell'opinione pubblica occidentale, e che presto ci saremo scordati della Birmania e dei suoi monaci.
Al liceo lessi "Intervista con la storia" di Oriana Fallaci. Mi colpì moltissimo l'intervista con Sirimavo Bandaranaike, primo ministro dello Sri Lanka: si svolgeva nel 1971, all'indomani di una rivolta studentesca repressa nel sangue.
Mi colpì per due motivi: perché non dava spiegazioni sui reali motivi della rivolta e perché parlava di una strage enorme di giovani (circa 15.000 morti).
Un paese decimato nella sua gioventù: a me adolescente sembrava l'apoteosi dello scontro generazionale, il simbolo dell'incomprensione: una cosa che - non avendo in apparenza spiegazioni evidenti - sarebbe potuta succedere ovunque.
Era un evento che avrebbe dovuto essere scritto su tutti i libri di storia e nella mente di chi aveva vissuto quei fatti, anche da spettatore occidentale.
Ma sul libro di storia non trovai niente e internet non c'era. Provai con i miei genitori, che ricordavano vagamente qualcosa. Allora chiesi a scuola: al professore di storia e filosofia, a quello di greco e latino. Provai anche con l'insegnante di religione. Tutti avevano ricordi vaghi, nonostante fossero persone sensibili e informate: si limitavano a constatare che quelle erano sempre state zone calde. Arrivai a pensare che la Fallaci, a caldo dalla capitale singalese, stesse esagerando l'entità degli scontri.
Dopo un paio di giorni il professore di storia tornò con le informazioni, effettivamente terribili. Io le riportai agli altri adulti e chiesi come fosse possibile che avessero scordato una tragedia di quelle proporzioni. Mi dissero tutti che di tragedie nel mondo ne succedono tante e con il tempo tutto si dimentica.
Mi sembrò un'enormità: con gli anni ho imparato che purtroppo è anche la verità.