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lunedì, 23 giugno 2008

the power to be different


Senza cattive intenzioni nei confronti del Tibet, sia chiaro.

Tuttavia questa pubblicità (oltretutto di un prodotto di lusso) mi sembra di una paraculaggine estrema.

Ve lo immaginate Richard Gere che prende la sua macchinona e da Hollywood va in Sudan? Sì, vabbè, c'è una crisi umanitaria, ma quelli sono neri e si ammazzano tra loro. Inoltre c'è un sacco di siccità e la macchina mica ti arriva lucida in quel modo.

Il Tibet invece è in montagna e ci sono i bambini monaci: fa chic, soprattutto per il contrasto cromatico neve - porpora della tonaca. Ora il popolo tibetano va di gran moda. Qualcuno vada a suggerire agli altri popoli di aumentare il loro appeal, e magari la pubblicità di un prodotto dietetico se l'aggiudica il Darfur.

PS: e poi sull'indipendenza, si sa, noi occidentali siamo così: Cecenia no, Tibet sì, Irlanda del nord no, Kosovo sì, Paesi baschi no. Sul Kurdistan invece aspettiamo di capire come fare per il petrolio.
postato da: klochov alle ore 23:52 | link | commenti (7)
categorie: politica, africa, diritti umani, oriente
venerdì, 06 giugno 2008

qualunquismo atomico

Nagasaki_Mushroom_CloudAhmadinejad e i pazzi fondamentalisti che tengono oppresso l'Iran con massicce dosi di autoritarismo e oppio dei popoli, sono delinquenti; la premessa si rende necessaria visto che a parlare di medioriente bisogna sempre andarci con i piedi di piombo.

(Al solo scopo di aumentare la vostra percezione della mia equidistanza vi dirò che l'influenza di imam, rabbini e papi nei comportamenti degli stati mi sembrano egualmente simboli del rincoglionimento delle masse. Aggiungo che più un paese basa la sua identità nazionale su quella religiosa, più mi pare propenso a commettere atrocità. Su questo l'Iran è in pole position.)

Detto ciò, stamattina leggo che dopo le solite svalvolanti dichiarazioni di Ahmadinejad sul tema "Israele scomparirà dalle cartine geografiche", il vice-premier israeliano Shaul Mofaz, ha commentato: "Se l'Iran proseguirà nei progetti di sviluppo di armi nucleari, lo attaccheremo." Nessuno si è scandalizzato.

Israele, inoltre, non conferma né smentisce il possesso di armi di distruzione di massa, pur essendo abbastanza chiaro che il suo parco missili e bombe è ben nutrito grazie alle cospicue forniture americane e al fatto che nessuno gli contesta il diritto a far parte del club del nucleare.

Però parla di attaccare l'Iran se soltanto quello non interromperà il processo di arricchimento dell'uranio: d'altronde - dicono gli osservatori occidentali - l'Iran sta violando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e Israele no: infatti è uno dei pochi che non ha nemmeno mai aderito!

Forse, se qualcuno s'impegna molto, può convincermi che bombe atomiche, napalm e uranio impoverito degli americani o dei loro alleati facciano meno danno rispetto a quelli prodotti in medioriente. Forse riuscirà a farmi credere che spetti veramente agli Stati Uniti e all'occidente l'autorità di decidere chi è un pericolo per la pace mondiale e chi no.

Ma dovrebbe essere molto persuasivo, perché immagino che ci sia una folta schiera di giapponesi, iraniani, vietnamiti, afghani, irakeni e palestinesi pronti a giurare il contrario...

Nel frattempo io resto con la mia teoria qualunquista: che le bombe sono tutte uguali, che chi le usa è un criminale e chi minaccia di usarle un terrorista.
postato da: klochov alle ore 23:58 | link | commenti (10)
categorie: america, politica, oriente
mercoledì, 09 aprile 2008

notizie random

rep_09_04_08La prima pagina di Repubblica.it di oggi riporta nella colonna di destra (quella delle foto e del gossip) una notizia random: "Bagdad, nella piazza simbolo la nuova statua della libertà".

Ma la notizia è vecchia di anni: basti vedere la condizione della statua, con la vernice verde ormai già scrostata.

Infatti l'informazione era stata data dalla BBC nel lontano Maggio 2003, quando la statua era stata installata, ovvero  appena un mese dopo il celebre abbattimento del monumento a Saddam Hussein.

alldonneLa nuova opera non era stata accolta con entusiasmo da tutti, per motivi di qualità (costruita con gesso e dipinta di verde per farla sembrare di bronzo) e di opportunità (la dedica "to freedom-loving people everywhere", durante l'infuriare della guerra...)

Nella foto proposta da Repubblica.it non si vede più, ma sul piedistallo della nuova statua, in grandi caratteri rossi, qualcuno aveva scritto: ALL "DONNE" GO HOME.

Anche con l'errore ortografico il messaggio era chiaro: tutto "fatto", andate a casa.

Dopo cinque anni il generale Petraeus, comandante delle forze americane in Iraq, continua a sostenere che il ritiro delle truppe dal paese sia prematuro.

Chissà, magari Repubblica.it, riesumando quell'immagine dall'archivio non voleva solo riempire a caso uno spazio vuoto, ma suggerire a tutti i suoi lettori questo tipo di indagine e riflessione...

Update: leggo sul blog di Pino Scaccia la sua direttissima testimonianza sulla statua di Piazza Firdos.
Tra i commenti c'è anche una precisazione: la scritta per gli americani era stata fatta ancor prima dell'innalzamento della nuova statua, subito dopo l'abbattimento della precedente.
Questo a riprova, come dice Pino, di quanto "sono importanti i testimoni. In una professione sempre più al desk."
postato da: klochov alle ore 18:25 | link | commenti (2)
categorie: america, politica, oriente, informazione
martedì, 18 marzo 2008

tibet e lavoro

Da più parti si chiede il boicottaggio delle Olimpiadi perché la Cina non rispetta i diritti umani, in prticolare per la repressione dei tentativi di indipendenza del Tibet.

Siamo bravi, noi occidentali, a mostrarci severi quando si tratta di rimproverare la mancata concessione di diritti che - a noi - non costano niente.

Nel 2006 il governo cinese propose una legge per la regolamentazione del diritto del lavoro, che prevedeva l'obbligo per tutti di stipulare contratti regolari, l'introduzione di un salario minimo, la regolamentazione della rappresentatività sindacale e un tentativo di stabilizzazione della durata dei contratti di lavoro.

La Camera di Commercio americana in Cina e, seppur più defilata, anche la Camera di Commercio europea si sono opposte a questa riforma, sostenendo che queste norme avrebbero causato un aumento del costo del lavoro.

Le imprese occidentali sono arrivate a minacciare la Cina di spostare le loro aziende in paesi dove il costo del lavoro era più basso!

La vicenda è stata riportata dai giornali americani e ed è arrivata fino al Congresso: alcuni membri hanno scritto una lettera al presidente Bush per chiedere di prendere le distanze dalla posizione delle corporations.

Le lobbies delle multinazionali, nonostante la pressione delle organizzazioni internazionali per la tutela del lavoro, sono riuscite ad ottenere un alleggerimento della legge che è entrata in vigore il 1 gennaio 2008, privata di molte delle norme che avrebbero dato maggiore stabilità e sicurezza al lavoro del popolo cinese.

Da queste parti non si è parlato di tutto ciò  (il resoconto dell'intera vicenda in inglese è qui*), forse perché conviene dire che, per essere competitivi, bisogna essere flessibili come i cinesi...

... anche se il lavoro non regolamentato fa - nel paese delle olimpiadi - più di 100.000 morti all'anno: ma sono operai, contano anche meno dei tibetani.


(*Cit. da Luciano Gallino in Il lavoro non è una merce, Laterza 2007)
postato da: klochov alle ore 23:31 | link | commenti (7)
categorie: politica, libri, lavoro, oriente
lunedì, 11 febbraio 2008

alla fiera del middle-est

Crop_Book_of_Isaiah_2006-06-06Dico la mia, con cautela, sulla presenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino.

Premesso che la politica dell'attuale governo di quel paese è criminale, non credo che la situazione si risolva non ospitando Yehoshua, Amos Oz o Grossman nel contesto di un evento culturale.

In occasione della presenza di autorità politche israeliane, sarebbe una buona idea organizzare manifestazioni e iniziative di protesta (come sarebbe opportuno anche nei confronti di rappresentanti di altri paesi che violano apertamente i diritti umani, dagli Stati Uniti all'Iran.)

Questo perché criticare quel governo è necessario: è troppo grave quello che sta accadendo al popolo palestinese.

Ma sbagliare metodo e obiettivo è pericoloso: la strumentalizzazione da parte dei potenti annienta il dissenso.
postato da: klochov alle ore 18:55 | link | commenti (8)
categorie: politica, libri, diritti umani, oriente
domenica, 27 gennaio 2008

ci scordiamo di tutto

Young_monkA settembre la Birmania è improvvisamente arrivata sulle prime pagine dei giornali per la protesta pacifica e fortissima dei monaci tibetani.

Io - cinicamente mio malgrado - ho pensato a quanto fosse effimera la partecipazione emotiva dell'opinione pubblica occidentale, e che presto ci saremo scordati della Birmania e dei suoi monaci.

Al liceo lessi "Intervista con la storia" di Oriana Fallaci. Mi colpì moltissimo l'intervista con Sirimavo Bandaranaike, primo ministro dello Sri Lanka: si svolgeva nel 1971, all'indomani di una rivolta studentesca repressa nel sangue.

Mi colpì per due motivi: perché non dava spiegazioni sui reali motivi della rivolta e perché parlava di una strage enorme di giovani (circa 15.000 morti).

Un paese decimato nella sua gioventù: a me adolescente sembrava l'apoteosi dello scontro generazionale, il simbolo dell'incomprensione: una cosa che - non avendo in apparenza spiegazioni evidenti - sarebbe potuta succedere ovunque.
Era un evento che avrebbe dovuto essere scritto su tutti i libri di storia e nella mente di chi aveva vissuto quei fatti, anche da spettatore occidentale.

Ma sul libro di storia non trovai niente e internet non c'era. Provai con i miei genitori, che ricordavano vagamente qualcosa. Allora chiesi a scuola: al professore di storia e filosofia, a quello di greco e latino. Provai anche con l'insegnante di religione. Tutti avevano ricordi vaghi, nonostante fossero persone sensibili e informate: si limitavano a constatare che quelle erano sempre state zone calde. Arrivai a pensare che la Fallaci, a caldo dalla capitale singalese, stesse esagerando l'entità degli scontri.

Dopo un paio di giorni il professore di storia tornò con le informazioni, effettivamente terribili. Io le riportai agli altri adulti e chiesi come fosse possibile che avessero scordato una tragedia di quelle proporzioni. Mi dissero tutti che di tragedie nel mondo ne succedono tante e con il tempo tutto si dimentica.

Mi sembrò un'enormità: con gli anni ho imparato che purtroppo è anche la verità.
postato da: klochov alle ore 19:25 | link | commenti (9)
categorie: politica, libri, oriente, io
mercoledì, 05 dicembre 2007

gioventù putiniana

Non ho avuto la netta percezione della deriva totalitaria della Russia per gli omicidi di giornalisti e altri personaggi scomodi; né per la gestione della questione cecena; né per le posizioni in politica estera o la repressione delle manifestazioni dell'opposizione.

Ciò che mi ha fatto maggiore impressione è stata la nascita del movimento nashi su iniziativa di un politico dell'entourage di Vladimir Putin.

Nashi_logoI nashi sono i giovani filo-governativi.

Adolescenti che appendono in camera la foto del nuovo zar, indossano magliette con le sue frasi e celebrano matrimoni di massa per il bene della patria.

Sono antiamericani, profondamente nazionalisti, si sottopongono a test di dottrina politica che comprendono nel programma il disprezzo per lo scacchista Kasparov e altre assurdità.

Nei campi estivi i giovani nashii vengono addestrati militarmente per essere in grado di contrastare, in futuro, eventuali manifestazioni di dissenso come la pacifica rivoluzione arancione dell'Ucraina.

Molti paragonano il movimento nashi alla gioventù hitleriana.

A parte le considerazioni sul contenuto ideologico e politico della dottrina nashi, la cosa peggiore è il metodo: il lavaggio del cervello degli adolescenti, lo sfruttamento del loro spontaneo bisogno di appartenenza. Questo sì, mi sembra un programma definibile a buon diritto "totalitario".

Inoltre i giovani filogovernativi, a me, sono sempre sembrati una contraddizione in termini.

(servizio video del ny times: prima e seconda parte)
postato da: klochov alle ore 19:47 | link | commenti (7)
categorie: politica, europa, oriente
mercoledì, 28 novembre 2007

pirati e zar

gazeta
In Russia la questione della pirateria informatica è piuttosto seria: è molto diffusa e il governo ha adottato una strategia repressiva durissima.

Ma sono molte le questioni serie in Russia, e sono molti i fenomeni contro i quali il governo ricorre al pugno di ferro. Tra questi il dissenso politico e la libera informazione...

L'11 Novembre la sede locale di Samara della Novaya Gazeta, giornale per cui ha lavorato anche Anna Politkovskaja, ha dovuto chiudere i battenti: la polizia ha sequestrato tutti i computer, anche quelli contenenti documenti personali e gli archivi del giornale.
L'accusa è di aver utilizzato software protetto da copyright senza regolare licenza.

Non è la prima volta che succede, e la protezione del software proprietario è stata la chiave per aprire cassetti virtuali e chiudere associazioni e giornali che fanno opposizione al nuovo Zar.

I poteri forti si danno sempre una mano.
postato da: klochov alle ore 19:19 | link | commenti (1)
categorie: politica, europa, oriente, informazione
sabato, 10 novembre 2007

appunti per capire cosa succede in Pakistan

La storia politica e civile del Pakistan, fin dalla sua nascita con la separazione dall'India nel 1947, ha visto alternarsi regimi militari e frequenti virate verso la costituzione di uno stato islamico integralista.

PAKISTAN Dal 1988 al 1998 si alternarono i governi civili di Benhazir Bhutto e Nawaz Sharif. Quest'ultimo, però, iniziò a varare riforme in ottica accentratrice e dirigista, mentre la società civile era sempre più pervasa da clientelismo e corruzione e l'economia si stava progressivamente indebolendo.

Il generale Musharraf nel 1999 approfittò del malcontento diffuso nella popolazione per prendere il potere con un colpo di stato, poi legittimato attraverso riforme costituzionali.

Di recente si è impegnato, anche per le pressioni dei governi occidentali, in una transizione verso la democrazia, promettendo più volte di abbandonare il comando dell'esercito e mantenere solo il potere politico.

In questi ultimi giorni si stanno avvicinando le elezioni: Musharraf ha paura di perderle. La situazione nel paese si è fatta tesa per il malcontento nei suoi confronti sia da parte dei movimenti islamici, sia da parte degli attivisti per i diritti umani e civili.

Così, nelle vesti di comandante dell'esercito, ha dichiarato lo stato di emergenza per poter rimandare le elezioni: ha fatto arrestare migliaia di oppositori politici, ha sospeso la Costituzione, interrotto le comunicazioni delle televisioni private, disattivato i servizi telefonici. L'esercito presidia le strade.

Benhazir Bhutto, la leader dell'opposizione che si era volontariamente esiliata dal paese dopo il colpo di stato del '99, è rientrata in Pakistan per cercare un accordo con Musharraf per un governo di transizione, a patto che questo rinunci al comando delle forze armate.

Durante una manifestazione della Bhutto, un attentato suicida ha causato 136 morti e più di 500 feriti. Sembra che i responsabili siano da ricercare negli ambienti governativi.



Bush_in_Islamabad,Gli Stati Uniti iniziarono a fornire appoggio politico e militare al Pakistan negli anni '80, in cambio di una posizione anti-sovietica nel conflitto afghano: nell'occasione furono accolti nel paese migliaia di profughi di etnia pashtun che, una volta insediati nel paese contribuirono alla deriva islamista di alcune fazioni.

Musharraf, nonostante la massiccia presenza di gruppi islamici anche estremisti nel paese, si è dichiarato alleato dell'occidente nella lotta la terrorismo e dopo i fatti dell'11 Settembre aveva revocato il proprio appoggio al regime talebano in Afghanistan.

Gli Stati Uniti sono intervenuti anche con bombardamenti allo scopo di distruggere presunte postazioni talebane insediate nelle aree tribali del Pakistan.

In realtà c'è un intreccio difficile da sbrogliare tra la giustificazione americana della caccia ai terroristi, la repressione delle rivolte tribali nella parte nord-occidentale del paese e gli interessi legati all'approvvigionamento di gas di cui la zona è particolarmente ricca.

L'intervento degli Stati Uniti nel paese sta diventando sempre più pesante, anche militarmente parlando: l'instabilità del governo è problematica ma il generale Musharraf è pur sempre un alleato nella lotta al terrorismo.
postato da: klochov alle ore 17:49 | link | commenti (7)
categorie: america, politica, diritti umani, oriente, informazione
venerdì, 28 settembre 2007

birmania

maglietta_rossa

C'è poco da dire.
Solo, da lontano, sperare che resistano
.
postato da: klochov alle ore 21:27 | link | commenti (3)
categorie: politica, oriente