
A distanza di quasi venti anni dalla seconda edizione, ormai da tempo esaurita, questa terza edizione può mettere a profitto le esperienze forensi, annotate giorno per giorno, di un periodo di eccezionali cataclismi, in cui anche la giustizia ha avuto le sue catastrofi (ma anche le sue vittorie): il periodo delle persecuzioni politiche e razziali, la guerra esterna ed interna, la lunga agonia del trapasso dalla dittatura alla libertà, e poi il faticoso decennio del dopoguerra, durante il quale è avvenuto, purtroppo, che gli scandali giudiziari siano diventati a poco a poco l'arma preferita delle lotte di parte.
Dure prove anche per la Magistratura: anzi, micidiali e angosciose per essa più che per ogni altro ordine di pubblici uffici, perché in tempi di tirannia o di scatenati odî civili pare che venga a mancare il terreno ove possa metter radici qualsiasi forma di ordinata e imparziale giustizia.
"I think plotting and engineering the death of 3,000 Americans justifies such an approach [death penalty]." Barack ObamaSe l'avesse detto Bush, mi potrei limitare a chiedergli se non ritiene che aver pianificato e programmato la morte di 100.000 irakeni (e migliaia di afghani) giustifichi un simile approccio anche nei suoi confronti.

"Un'opposizione che dice magnaccia, che solletica l'indignazione ma non fa politica, è un regalo a Berlusconi. Noi siamo diversi: e questa differenza si deve vedere." Walter Veltroni
E tuttavia, Habermas insiste sulla presunta persecuzione dei credenti: «Gli oneri della tolleranza non sono ripartiti simmetricamente fra credenti e non credenti, come dimostrano le norme più o meno liberali sull’aborto» (p. 17). Ma è vero il contrario. Ogni legge occidentale sull’aborto, anche ispirata al più abominevole (per un credente) permissivismo non costringe nessuna donna. Mai. La lascia libera di scegliere. È invece Ratzinger che vuole imporre alla donna non credente, o di altra religione, un divieto penalmente sanzionato.Ecco, se lo leggete tutto, penso converrete con me che possa servire da risposta anche a Veltroni.
Ancora più evidente l’asimmetria – di segno opposto a quella lamentata da Habermas – se dall’aborto passiamo all’eutanasia. In questo caso non c’è neppure l’alibi di una seconda «persona» (il feto), i cui diritti andrebbero tutelati. Nel suicidio assistito (questa è l’eutanasia, non certo l’eutanasia nazista, omicidio di non-consenzienti, tirata in ballo dalla Chiesa per indecente contraffazione polemica) c’è solo il diritto di un condannato a morte terminale (e innocente) di abbreviare la tortura (e il diritto a una esecuzione non preceduta da tortura viene riconosciuto, nei paesi dove la pena capitale è ancora in vigore, anche ai peggiori criminali!).
Insomma, e sempre: la presunta «asimmetria» laica lascia liberi i cittadini credenti di utilizzare o meno un diritto. L’imposizione del punto di vista credente attraverso la legge costringe invece il non credente, cui è precluso di fare tutto ciò che il papa ritiene «peccato», pena la galera.
Cosa vuol dire , allora, che «uno Stato non può imporre ai cittadini cui garantisce la libertà religiosa alcun obbligo inconciliabile con la loro vita di credenti» perché questo significherebbe «chiedere loro l’impossibile» (p. 29)? Che non può chiedere loro di praticare obbligatoriamente l’aborto (l’eutanasia, la contraccezione eccetera) o che non può chiedere loro di rinunciare a imporre agli altri (diversamente credenti o atei), con la forza del braccio secolare, il proprio stile di vita, anche quando fossero maggioranza schiacciante?